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C’ero anche io? No: tu no (da Me too a Not me)

0 Comments/ in profstanco / by Gian Luca Conti
29/08/2025

Di “mia moglie”, il gruppo di FB in cui taluni postavano le immagini delle ignare compagne di vita perché gli altri membri del gruppo le commentassero, è stato detto molto fra lo scandalizzato, l’addolorato e l’eccitato: c’è da chiedersi se non sia una nuova dimensione del buon costume quella per la quale si può vedere tutto, o praticamente tutto che si può vedere attraverso la rete e credo non ci sia molto altro da immaginare almeno sul piano sessuale, purché l’interessato abbia dato il proprio consenso.

Nessuno ha il diritto di utilizzare l’immagine dell’altro senza il suo consenso indipendentemente da una discussione circa i limiti del diritto di proprietà del corpo ma per effetto di una interpretazione del concetto di buon costume come qualcosa che considera contrario all’etica dello Stato eccitarsi per qualcuno che non desidera essere strumento di piacere, compiacimento, chiacchiera sguaiata, lubrica e goliardica.

Più complicata la questione di phica.eu: lì erano pubblicate le immagini pubbliche di persone pubbliche, ovvero di persone che hanno rinunciato a una porzione importante della propria privacy, secondo una nota giurisprudenza sul diritto di cronaca.

Qui, il nodo non è più il consenso ma la misura in cui i diversi commenti possono ledere la dignità della persona offesa in misura penalmente rilevante, il che dovrebbe essere indipendente dal carattere pubblico o meno della persona ritratta nelle immagini e, oserei dire, anche dal genere cui appartiene.

Il rischio di questa vicenda, infatti, è una interpretazione ideologica della fattispecie penale, ovvero esattamente il fenomeno che ha sempre scandalizzato tutti i giuristi liberali di ogni epoca e che resta lo stesso anche quando il nazismo viene sostituito dalla ideologia Me too.

Oltre il diritto, quello che fa sorridere questa vicenda è la rincorsa delle donne pubbliche a dire che ci sono anche loro su phica.eu e che sono profondamente ferite per l’uso che è stato fatto della loro dignità. Non una che non gridi allo scandalo per essere stata pubblicata e commentata su quel sito.

Me too è, in fondo, anche quel tipo di pressione che si esercita su se stessi quando si è a una festa e si è delusi perché non si è invitati a ballare quanto le nostre amiche: è difficile non pensare di essere meno attraenti e non esserne amareggiati.

Probabilmente, i gestori del sito avrebbero guadagnato di più se avessero richiesto un compenso per pubblicare le immagini dei personaggi pubblici ignorati dalla subdola lussuria degli ammiratori che non per cancellare i profili dei commentatori più sguaiati, potrebbe pensare un maligno.

Farebbe piacere che accanto a Me too si sviluppasse anche il movimento delle Not me: le donne orgogliose di non essere state riprese dal marito perverso o di non essere state commentate su un sito frequentato da diversamente intellettuali.

Di queste donne, orgogliosamente se stesse e pervicacemente ostinate a distinguere fra il proprio profilo pubblico e la dimensione privata, Rosy Bindi è un esempio perfetto.

 

Tags: diritto di resistenza, goliardia, il professore va al congresso
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