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Letto 20

0 Comments/ in profstanco / by Gian Luca Conti
06/07/2026

Poneva il suo onore nel meritare fiducia e la morte è il tradimento di chi resta
Il suo respiro brancola soffocando la speranza di sperare
Lei gli è accanto nella posa di un’adorazione della croce del Perugino: una madonna, una maddalena
Ma lui non si arrende, non si sveglia e non si arrende
Soffre più di un Cristo di Goya perché non vuole lasciarla sola, così oggi, così questi ultimi anni di malattia senza nessuna requie
Osservo tutto questo come un apostolo dell’orto degli ulivi: la nostalgia di tutte le strade e i sentieri che abbiamo percorso insieme, del pane, che ci siamo divisi, del vino che ci ha rallegrato, dei sigari che abbiamo spezzato l’uno per l’altro
Una nostalgia vuota: dopo l’ultimo respiro non è il giudizio universale, è il nulla dell’eterna decomposizione
E come uno qualsiasi di quegli apostoli scappo: mi manca il coraggio di continuare a sentirlo soffocare eppure so che per lui che muore il mio, il tuo, il nostro sguardo è l’ultima vita, anche se non ci vede, anche se sembra dormire con la sua maglia a righe. Lo so come so che al posto suo saprei che dopo questa morte non ce ne sono altre ma solo un nulla che divora chi vive e, perciò, distoglie lo sguardo
Eppure lui è molto più di tutto questo: una bontà assoluta, un po’ ingenua forse, ma assoluta, spaccona, gentile, incapace di rabbia o rancore, allegra come un Pantagruel che sorride e canta perché anche l’agonia è perfetta letizia
Lui era questo un uomo nella cui anima ci si poteva tuffare come in un lago di montagna per uscire puliti, rinfrancati, nuovi: un uomo capace di far nascere la bontà
L’unico che avrei voluto per padre

 

Poscritto
Alla fine si è arreso, non perché dio chiama a sé le anime belle: ha altro da fare, ma perché lei, la compagna di una vita, gli ha consentito di andare e non so se fosse più grande l’amore con cui lui restava o quello con cui lei gli ha consentito di partire.

I costituzionalisti del Bah

0 Comments/ in profstanco / by Gian Luca Conti
18/03/2026

Con sommessa tristezza e greve mestizia, lo devo ammettere: nessuno, tranne un vero amico e un gruppo di ragazzi che non mi conosceva per nulla, mi invita ai dibattiti pubblici sul referendum del 22-23 marzo e ci rimango male perché sono un costituzionalista e in questi periodi ci sono più costituzionalisti che laureati in giurisprudenza.

La ragione è molto semplice: ho sempre detto che non sono né per il Si né per il No, perché se l’attuale situazione della giustizia (rectius: giurisdizione) è intollerabile, la sua riforma non pare particolarmente perspicua.

Di più, non si capisce la ragione, sul piano costituzionale, per cui una riforma costituzionale approvata con i voti della maggioranza di governo debba essere sottoposta – dalla stessa maggioranza di governo – a un referendum approvativo che, perciò, finisce per riguardare non il merito della riforma costituzionale ma la maggioranza di governo.

E’ un uso deformante del procedimento di revisione costituzionale.

Ma la questione vera è che il problema della organizzazione della giustizia, nel nostro paese, sta con la costruzione da parte dei Costituenti del Consiglio Superiore della Magistratura come un organo di alta amministrazione competente alla gestione delle carriere dei magistrati in modo da assicurarne la indipendenza e il suo lento ma progressivo affermarsi come uno strumento di rappresentanza politica e corporativa, anche quando gli ideali che giustificavano l’organizzazione dell’Associazione Nazionale Magistrati in correnti si erano logorati da tempo.

Questo problema è l’unico che il referendum non tocca.

In altre parole, il problema vero è che cosa doveva essere il Consiglio superiore della magistratura e che cosa è diventato.

Il Consiglio Superiore della Magistratura non nasce come un organo di rappresentanza e quindi, inevitabilmente, un luogo in cui la politica entra — magari di lato, magari sotto altre forme — ma entra.

Nasce come un organo di alta amministrazione, incaricato di gestire la carriera dei magistrati in modo da garantire, prima di tutto, la loro indipendenza, perché l’indipendenza non è una virtù personale. È un assetto istituzionale. E quell’assetto passa anche da come si organizzano le carriere, da chi decide, da quali criteri.

Il referendum non sceglie davvero tra queste due opzioni: resta in mezzo. O forse fuori.

E allora il sì non è davvero un sì a qualcosa di compiuto.
E il no non è davvero un no a qualcosa di coerente.

Né l’uno né l’altro si preoccupano di rispondere a una domanda, per me fondamentale, la degenerazione del Consiglio Superiore della Magistratura è sicuramente l’effetto delle correnti che dividono la magistratura secondo logiche spartitorie affini alle lottizzazioni tipiche dei manuali Cencelli della Prima Repubblica, ma questo da che cosa dipende?

Dal sistema elettorale? E’ stato cambiato, credo, otto volte, il che lascia presumere che le cose non siano destinate a cambiare per effetto del sorteggio così come lo stesso sarà disciplinato dal legislatore.

O, forse, dal fatto che la magistratura ha cessato di essere un ordine per diventare un potere e, perciò, ha sentito il bisogno di organizzarsi come un potere dello Stato? Dal fatto che le funzioni della magistratura hanno da tempo il sapore acre dell’indirizzo politico in quei campi in cui la politica ha il terrore di entrare (l’eutanasia, le inumane condizioni di detenzione, le extraordinary renditions, solo per fare alcuni esempi).

I problemi nel diritto costituzionale non sono mai il capriccio di un demone più o meno benigno ma sempre il punto di emersione di complessi fenomeni storici e sociali e immaginare di risolverli senza averli studiati assomiglia molto a guidare bendati seguendo la voce del navigatore con il volume spento.

Fin qui, almeno per me, è tutto sommato semplice: questo referendum non è una cosa particolarmente seria ed è molto difficile potersi esprimere per il Si o per il No senza affidarsi a pregiudiziali di carattere politico.

Quello che, però, davvero non vorrei capire è l’atteggiamento di molti miei colleghi.

Gli uni entusiasti del Si come se lo spacchettamento del CSM fosse la scoperta del moto perpetuo, gli altri promotori del No con il tono addolorato di una vestale sopravvissuta al sacrilegio delle consorelle.

E non sono più bravo di loro: quello che ho scritto (male), molti di loro lo hanno dimostrato scientificamente (bene). Sono solo più bischero, perché dal Si o dal No qualcosa rischia di cadere, mentre dal Bah non casca nulla di sicuro.

Absit injuria verbis (Hawking’s caregivers)

0 Comments/ in profstanco / by Gian Luca Conti
27/02/2026

Gli Epstein files sono noiosi.

Noiosamente pruriginosi, direi.

Se si dovesse essere seri, si penserebbe che il modello di sviluppo del capitalismo post AI generativa stia rigettando un sistema in cui il potere aumenta se stesso attraverso torbide relazioni personali.

Che, in fondo, era quello della Roma del 1500.

Questa volta la questione è più complessa: quasi tragica. Un uomo che non ha il comando delle proprie azioni ma una intelligenza straordinaria può essere complice di un predatore sessuale? Che cosa si deve provare nel vedere questa persona circondata da signorine assai evidenti sul bordo di una piscina mentre sorseggia un fresco cocktail tropicale?

La famiglia è corsa ai ripari dichiarando che si trattava delle badanti e che lo scienziato era a un convegno scientifico.

Sicuramente ha ragione e non si ha nessun serio motivo per dubitarne, anche se cade una delle poche verità di cui ero fermamente convinto: le infermiere come quelle somministrate a Hawking non esistono solo nei film di Alvaro Vitali.

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