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L’Askatasuna di Calvino e Pasolini

0 Comments/ in profstanco / by Gian Luca Conti
02/02/2026

Erratiche divagazioni intorno a urbanistica e proprietà

Da  una parte, la Presidente del Consiglio: aggredire un celerino – che si era perso con la sua squadra perché non conoscevano lo stradario di Torino, così il Soprintendente sul Messaggero di oggi ed è caduto in una imboscata anarchica – è un tentato omicidio.

Dall’altra parte, Manifesto e Fatto Quotidiano: fa notizia il poliziotto aggredito ma non altrettanto accade per i manifestanti che pure sarebbero stati malmenati dalle forze dell’ordine, alcuni dei quali non avrebbero ricevuto soccorso.

Fin qui, la cronaca che, come sempre in questi casi, ricorda la polemica fra Pasolini e Calvino: si deve stare con la polizia, anche  nella sua espressione più muscolare, o con i manifestanti? Ordine pubblico o libertà di manifestazione del pensiero, secondo Pasolini; un insanabile frattura fra classi, in cui il proletariato è rappresentato dalla polizia, secondo Calvino.

Sono discorsi vecchi: non ci sono più muscolosi celerini che esercitano in maniera innocente il mestiere che il destino gli ha imposto per sottrarsi alla disoccupazione e non c’è molta libertà di manifestazione del pensiero in gruppi di anarchici che si organizzano per tempo nello stesso modo in cui i tifosi preparano gli agguati ai seguaci della squadra avversaria.

Così è antipatico sostenere che una occupazione è legale perché mancano spazi pubblici e che, perciò, non si può procedere allo sgombero.

Come è profondamente ingenuo pensare che lo sgombero di un centro sociale come Akatasuna non generi disordini e sommosse. La facilità con cui si è riusciti a sgomberare il Leonkavallo è il frutto di una geniale gestione della vicenda da parte delle forze dell’ordine e il genio non è mai la regola.

L’interrogativo, perciò, non riguarda queste analisi che sono abbastanza scontate. Riguarda il senso delle occupazioni: le occupazioni invadono degli spazi abbandonati, concorrono, per un certo periodo, alla loro valorizzazione evitando l’assoluto degrado dell’abbandono, poi, a un certo punto, perdono di forza vitale e diventano un problema.

Se è così, il problema delle occupazioni è al loro inizio: nel momento in cui un determinato spazio perde la sua utilità sociale, quando la fabbrica viene abbandonata.

Nello stesso tempo, il problema delle occupazioni è che ci sono delle esigenze sociali che il mercato immobiliare non può soddisfare per sua natura e che il Comune non riesce a gestire perché sfuggono ai meccanismi della rappresentanza che consentono l’emersione degli interessi attraverso la politica: un centro sociale non è un asilo nido non tanto perché ci vanno dei ragazzi con i capelli lunghi, i cani grossi e le treccine, per semplificare, quanto perché le giovani madri hanno una rappresentanza politica che consente ai loro interessi di emergere mentre i ragazzi dei centri sociali, no.

O almeno non nel momento in cui avviene l’occupazione perché dopo anche i centri sociali diventano serbatoi di voti, come tutto.

Questa problematica si muove su due piani: il primo è il fallimento della urbanistica. Dove c’è un centro sociale l’urbanistica ha fallito perché una funzione di cui quella società civile ha bisogno è risolta illegittimamente attraverso una occupazione abusiva.

Il secondo riguarda la proprietà: i centri sociali nascono, sempre, dall’abbandono di uno spazio e uno spazio abbandonato non può essere proprietà individuale perché nessuno merita di possedere ciò di cui ha bisogno.

E’ la riflessione, secolare, sulla manomorta.

Il resto viene tutto da qui ed è triste che la caduta del fallimento della politica siano le aggressioni alle forze dell’ordine e la perdita di spazi destinati alla socialità di chi è escluso dal mercato immobiliare.

Quello che non si può dire (a proposito di Israele)

0 Comments/ in jusbox / by Gian Luca Conti
29/01/2026

Se si scrive un post, interrogandosi su un genocidio, perché si tratta di un genocidio, e chiedendosi in che misura le categorie usate da Arendt per spiegare un diverso genocidio siano ancora attuali, le letture sono pochissime, i like ancora meno e questo non ha importanza.

Se si partecipa a una trasmissione radiofonica cercando di spiegare gli stessi concetti, i commenti degli ascoltatori fanno pensare: non si può parlare male di Israele, non si può dire chiaramente che qualcosa non funziona, non ci si può chiedere se questo qualcosa sia una speciale forma di banalità del male.

Non lo si può fare perché un diffuso complesso di colpa lo impedisce?

Anche questa spiegazione è banale: Israele non è un complesso di colpa. Israele è un modello culturale: è, nello stesso tempo, ciò che resta di una cultura straordinaria, lo sviluppo di una idea politica pressoché incomunicabile: il sionismo, e, oggi, il trionfo della banalità del male.

E se ne deve parlare perché dentro Israele c’è molto da capire per comprendere il futuro dell’occidente.

La banalità della Shoah

0 Comments/ in profstanco / by Gian Luca Conti
27/01/2026

Non viene troppa voglia di ricordare la Shoah in questa fine di gennaio del 2026 perché si fa strada con urgenza la domanda se abbia ancora senso farlo dopo Gaza.

In questa immagine, alcuni israeliani che osservano la distruzione di Gaza, l’olocausto di Gaza, pronti per un picnic.

Si è già osservato che questo atteggiamento ricorda le considerazioni della Arendt a margine del processo a Eichmann.

Il nodo della riflessione della Arendt riguardava il perché un popolo estremamente civile e colto come quello tedesco avesse acconsentito a uno sterminio di massa, come la cultura di Goethe e la scienza politica di Weber avessero potuto degenerare nella tecnica dell’olocausto.

Eichmann, visto dalla Arendt, non era un criminale, una bestia estranea alla cultura da cui proveniva, ma un uomo banale, intriso del sapere condiviso che Weber individua come tratto caratterizzante dell’amministrazione prussiana: l’età degli imperi che si trasforma in un potere che è fatto di uomini capaci di essere macchina perché avvinti da uno stesso spirito.

Il nodo, per la Arendt, non è la banalità del male. E’ la banalità di Weber: se lo Stato è un apparato di uomini uniti come ingranaggi di una macchina, lo Stato può perseguire qualsiasi fine: gli ingranaggi non smetteranno di girare e ciascuno resterà esattamente al suo posto. Non c’è differenza fra i registri di una anagrafe e quelli di un campo di sterminio.

Fin qui, è tutto scontato per una cultura media, ragionevolmente intrisa di buone letture e la Arendt è sicuramente fra queste.

Ma è anche inadeguato per chi guarda Gaza mangiando costine arrosto e alimentando un barbecue.

Il nodo è completamente diverso: l’età dell’amministrazione in senso weberiano non rappresenta la società di oggi, neppure la (non così) complessa società israeliana. Lo sterminio di Gaza, la sua metodica distruzione non è il punto di arrivo di uno Stato apparato i cui componenti sono capaci di sterminio come di gestire l’organizzazione postale o l’amministrazione ferroviaria, è qualcosa di terribilmente diverso.

Quei soldati sono i giovani che giocano ai videogiochi, gli eroi di guerra più spietati sono hikikomori, il popolo che li ha allevati osserva lo sterminio come se fosse una serie televisiva, le èlites che siedono nelle stanze dei bottoni, negli attici in cui si riuniscono i consigli di amministrazione di questa guerra, sono finanzieri, gestori di fondi pensionistici, banchieri.

Gaza insegna che il male è sempre banale, anche se cambia forma, si sa adattare alle mutazioni della umanità, e nessuno impara niente dalla storia: la shoah non ha insegnato niente neppure agli ashkenaziti che furono sterminati nell’est di Treblinka, Malyi Trostenec o Mogilev.

La verità è che il compito di uno Stato non è organizzare il potere, ma consentire a ogni individuo di divenire la persona che intende essere, senza condizionamenti, di scegliere la maschera con cui vuole camminare sul palcoscenico della sua vita.

Questo è il compito che ha fallito la cultura tedesca quando i suoi allievi hanno organizzato lo sterminio che oggi viene chiamato shoah, ma questo è anche il compito che ha fallito la cultura ebraica, la bibbia, le splendide riflessioni rabbiniche intorno alla Torah che chiamiamo midrash, quando i suoi figli osservano Gaza mangiando costine arrosto e cuocendo qualcosa sul barbecue della loro storia.

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