Quello che non si può dire (a proposito di Israele)
Se si scrive un post, interrogandosi su un genocidio, perché si tratta di un genocidio, e chiedendosi in che misura le categorie usate da Arendt per spiegare un diverso genocidio siano ancora attuali, le letture sono pochissime, i like ancora meno e questo non ha importanza.
Se si partecipa a una trasmissione radiofonica cercando di spiegare gli stessi concetti, i commenti degli ascoltatori fanno pensare: non si può parlare male di Israele, non si può dire chiaramente che qualcosa non funziona, non ci si può chiedere se questo qualcosa sia una speciale forma di banalità del male.
Non lo si può fare perché un diffuso complesso di colpa lo impedisce?
Anche questa spiegazione è banale: Israele non è un complesso di colpa. Israele è un modello culturale: è, nello stesso tempo, ciò che resta di una cultura straordinaria, lo sviluppo di una idea politica pressoché incomunicabile: il sionismo, e, oggi, il trionfo della banalità del male.
E se ne deve parlare perché dentro Israele c’è molto da capire per comprendere il futuro dell’occidente.

