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Il Dragone Alberto

2 Comments/ in Senza categoria / by Gian Luca Conti
19/08/2007

Non saprei definire l’odore di questa giornata.
È calda e un po’ sporca.
Ha l’impronta delle cose smesse.
Di un pigiama lasciato su di un letto dopo una notte di insonnia.
Potrebbe essere una giornata perfetta.
Forse.
Potrebbe.
Ma è solamente un mood.
Il mood della mia tristezza.
Mentre cerco una ragione per continuare a raccontare fiabe.
Per ricordare dove ho lasciato il Dragone Alberto.
Che ha sempre accompagnato il sonno delle mie bambine.
Insieme allo Gnomo Riccardo.
Ed alla loro casa vicino allo Stagno Minestrone.
La realtà è che provo sempre più dolore.
Oramai sono più quarantasette giorni dall’ultima volta che ho dormito per più di due ore consecutive.
E non ricordo nemmeno l’ultima volta che sono riuscito ad alzarmi dal letto senza avere bisogno di lasciarmi scivolare a terra.
La realtà è che inizio a non resistere più.
Mi arrendo lentamente.
E le fiabe del Dragone Alberto fuggono dalla mia bocca.
Restano sospese.
Mentre cerco una solitudine densa.
Fumosa.
Grumi dentro ai quali non essere visto.

Banalità

5 Comments/ in Senza categoria / by Gian Luca Conti
19/08/2007

Il radiogiornale di  oggi ha raccontato una notizia piuttosto singolare.
Un marocchino di trenta anni è stato travolto da una ruota a Mirabilandia.
Il poveretto ha deciso di andare in gita a Mirabilandia con la fidanzata italiana.
Durante un giro della ruota ha perso il cappellino.
Si è disperato.
Ha deciso di cercare di riprendere il cappellino.
La fidanzata italiana ha cercato – inutilmente – di dissuaderlo.
Il marocchino ha oltrepassato la recinzione del terreno al di sotto della ruota.
Non si è accorto che la ruota stava per passare.
O, mi permetto di aggiungere, se ne è accorto ma ha pensato che la ruota sarebbe passata sopra  di lui.
E’ stato colpito alla testa dalla gamba di una ventenne italiana.
La gamba si è rotta in più punti ed il marocchino anche.
Osservazioni possibili:
perché il marocchino era marocchino, la  fidanzata era italiana e la gamba egualmente?
la notizia sarebbe cambiata molto se il marocchino fosse stato un avvocato olandese o un medico americano in viaggio di nozze?
Ma queste sono osservazioni di banale cinismo.
Esiste però anche un’altra possibile narrazione che può dar vita a riflessioni diverse.
Ieri (18 agosto 2007) una persona ha perso la vita cercando di recuperare il proprio cappellino.
Che cosa può spingere una persona a rischiare la propria vita per un cappellino?
Fino a che punto si deve essere poveri per provare autentica disperazione nella perdita di un berretto?
Forse sono queste le riflessioni che avrei voluto ascoltare.
Molto di più del papa che invita a riflettere sul rapporto fra fede e ragione.
Del segretario di Stato vaticano che si interroga sulla relatività dei valori.
I valori sono diventati talmente relativi che una persona è potuta morire per un berretto.

Il chiosco degli sportivi

4 Comments/ in Senza categoria / by Gian Luca Conti
01/08/2007

E’ rimasto uno degli ultimi bar per indigeni del centro di Firenze.
Sopravvive ai margini di piazza della repubblica.
Di fronte all’ingresso posteriore della procura della repubblica.
Ed ha la consistenza di un acquario.
La cassiera del mattino ha i riccioli pettinati alla maniera di un film muto.
Il cassiere del pomeriggio è inutilmente cordiale.
Tutti portano una cravatta viola, un gilet nero ed una camicia bianca.
Tristi quelle cravatte annodate a festa.
Tristi quelle camicie stirate come se fossero magliette.
Per tutto il giorno, un televisore da pochi pollici è acceso su programmi casuali.
Mi piace questo posto.
La sua aria dimenticata.
La finestra che offre su un mondo che passa distratto.

Amici

5 Comments/ in Senza categoria / by Gian Luca Conti
31/07/2007

I miei amici sono persone normali.
Alcuni si sono persi.
Altri si sono sposati.
Molti hanno figli e vite di cui cercano di non vergognarsi.
I miei amici hanno vacanze normali.
Alcuni vanno al mare.
Altri cercano i libri per l’estate.
Molti hanno trovato un modo per non sentirsi in colpa.
I miei amici sono ammalati di asincronia.
E’ davvero difficile ritrovarli tutti insieme.
Per bere un bicchiere di qualcosa e ricordarsi quando a San Niccolò Franco ci chiedeva sempre 5.000lire.
Ci siamo persi.
Da tanto tempo.
E quando ci incontriamo un angolo dei nostri occhi cerca sempre qualche immagine che non esiste più.

Ferraia

4 Comments/ in Senza categoria / by Gian Luca Conti
26/07/2007

Ferraia è un luogo dello spirito.
Fino a pochi anni fa, erano pochi sassi, fra Siena ed il nulla.
Dove la Valle del Farma incontra la Val di Merse.
Poi è cominciato un sogno.
Ricostruire Ferraia.
Ma non come era: un borgo di contadini, autosufficiente e fortificato.
Ma come chi ci aveva vissuto avrebbe potuto volere che fosse, se la fatica di vivere glielo avesse consentito.
Adesso – dopo cinque anni di battaglie – Ferraia è tornata a vivere.
E’ difficile descriverla.
Prima di tutto, è uno dei pochi posti che conosco nel quale non arrivano luci che non siano quelle delle stelle.
Poi è restata autosufficiente.
Ferraia mangia quello che produce.
Soprattutto, però, Ferraia è la casa di Vittorio e Patrizia.
Una casa abitata da sogni.
Dal sogno dell’ospitalità.
Di realizzare la locanda che ogni viaggiatore avrebbe sognato.

Mio fratello è figlio unico

7 Comments/ in Senza categoria / by Gian Luca Conti
23/07/2007

Ma per davvero.
Mio fratello è un cavaliere del santo sepolcro.
Io ho fatto solo il boy scout.
Mio fratello va in chiesa tutti i giorni.
Io ci accompagno le mie bimbe quando è inevitabile.
Mio fratello inizia a leggere il giornale dai necrologi.
Io li sfioro solo per controllare se sono ancora vivo.
Mio fratello aveva una moglie che lo ha lasciato perché a letto leggeva famiglia cristiana.
Io a letto leggo solo fumetti e saggi storici.
Mio fratello dorme con tutte le finestre tappate.
Io lascio tutto aperto perché voglio vedere il sole che sorge.
Mio fratello si sente molto importante ed anche i suoi amici se ne sono accorti, decidendo di scomparire con mossa sincrona.
Io cerco di stare con tutti e mi diverto a girare con persone improbabili.
Mio fratello porta sempre la cravatta.
Io, solo con le scarpe da ginnastica.
Mio fratello ha cinquanta anni e vive con gli anziani genitori dal dì della separazione.
Io sono uscito di casa a ventitre anni e non ci sono più tornato.
Mio fratello passa le sue giornate a controllare il suo conto in banca.
Io  non ho idea dei miei risparmi: so solo di spendere tutto quello che ho nel portafoglio e di scaricare almeno una carta di credito al mese.
Eppure passo ogni giorno della mia vita a cercare di volergli bene.
A fortune alterne.

Il mio maestro

4 Comments/ in Senza categoria / by Gian Luca Conti
22/07/2007

L’accademia insegna delle relazioni che non sono sempre facili da spiegare.
Una di queste è la relazione fra l’allievo ed il suo maestro.
Vi sono maestri di molti generi.
Il genere più tipico lo si riconosce per Natale.
E’ il maestro che chiede ai suoi allievi di preparare l’albero a casa sua, di allestire il presepio o di caricare la macchina che parte per le vacanze.
Di solito, i suoi allievi sono delle perfette carogne, untuosi con chi li può comandare, arroganti con chi capita fra le loro mani.
Un altro genere lo si conosce ai concorsi.
E’ il maestro che ha sempre una allieva da sistemare.
Una di quelle che hanno scritto poche righe, su riviste di infimo ordine, ma che godono di protezioni ultraterrene.
C’è poi un genere tutto particolare.
Il maestro goliardico.
Lo si riconosce perché possiede una macchina molto potente ed abbastanza sportiva.
Di solito porta con sé gli allievi ai convegni.
Il problema è al ritorno.
Quando all’uscita dell’autostrada, in pieno nulla periferico, inchioda l’auto e dice: "ragazzi, voi potete scendere, qui è più comodo per tutti".
Naturalmente, questi generi si possono confondere e le varianti genetiche sono infinite.
Il mio maestro, però, non appartiene a nessuno di questi generi.
E’ una persona buffa, facile al sorriso.
Ha sempre studiato.
Cammina con una andatura veloce, di piccoli passi, le braccia affannate di borse pesantissime.
Una volta, ho cercato di aiutarlo e mi ha guardato con aria sorridente: "che fai? mi rubi la borsa?".
Gli ho sempre voluto bene, anche se i casi della vita ci hanno portati a non capirci.
Mi viene in mente perché ho appena finito di correggere le bozze del mio ultimo libro e mi sono sentito in dovere di dedicarglielo.
Con preoccupazione.
Odia le dediche.
Ma spero che mi capisca.

Una amica

3 Comments/ in Senza categoria / by Gian Luca Conti
22/07/2007

E’ poco più che un ricordo la sua giovinezza.
Fatta di occhi azzurri.
Di uno sguardo accuratamente metallico.
Di capelli biondi, come una cenere viva.
Bella, allora.
Come poche altre donne che ho incontrato.
Rammento il suo conversare quieto e colto.
Lo stupore di un innamoramento.
Subito passato.
Come una pioggia leggera.
E ricordo il suo matrimonio.
Sontuoso.
La sua casa di sposa poco più che bambina.
Suo marito, un amico.
Di quegli amici che si sono sempre conosciuti.
Due figli quasi perfetti.
Una bimba meravigiosa.
Un bimbo dolcemente vivace.
Adesso, la malattia.
Uno sguardo perso.
Magra, della assolutezza di chi non riesce più a mangiare.
Sola.
Triste negli occhi dei figli tristi.
Sempre più sola.
Che fugge, strisciando lungo un muro, fingendo di non riconoscere.
Oramai solo un argomento di conversazione, quando non si sa più chi ricordare.

Anziani

9 Comments/ in Senza categoria / by Gian Luca Conti
18/07/2007

Quello che non sopporto di vedere sono  i miei genitori che invecchiano.
Oramai sono anziani.
Ma non riesco ad accettarlo.
Non mi sembra possibile che mio padre non sia più la persona che ha una visione esatta delle cose e che suggerisce sempre la cosa giusta da fare.
Non mi sembra possibile che mia madre non sia più la persona che mi aspetta, che mi protegge, che sa cosa voglio.
Non riesco ad accettare la loro vecchiaia.
Ed è una vecchiaia strana, come tutte le vecchiaie.
Fatta di malanni.
Di stupide discussioni con i vicini.
Del portiere che non sa più fare il portiere.
Della governante che non sa più fare la governante.
Degli amici di sempre che scompaiono.
Uno dietro l’altro.
Sicché si respira sempre quest’aria da sopravvissuti.
Cerco di rimediare.
Cerco di trattarli come se fossero ancora giovani.
Gli chiedo consiglio.
Gli parlo quietamente.
Mi sforzo di non arrabbiarmi per le loro manie.
Per il loro modo di considerarmi forte e di preferire la debolezza di mio fratello, che ha bisogno di essere protetto.
Così oggi li ho accompagnati ad un esame.
Ecografia alla prostata.
Umiliante.
Mia madre è voluta venire.
Mio padre era straordinariamente nervoso.
Quando si è operato alla prostata è stato intrattabile per molti giorni ed accettava solo la mia presenza.
Passavo le nottate accanto al suo letto, leggendo a voce bassa il Talmud.
Confidando nella forza delle parole.
E lui lentamente si calmava.
Un sudore che pian piano si asciugava.
Una sete che diveniva meno insopportabile.
Così l’ecografia di oggi per lui era una preoccupazione.
Quasi un pellegrinaggio nelle sue paure.
Un pellegrinaggio nel quale mi sento in dovere di essergli accanto.
La sala di aspetto era la solita bolgia.
Persone che cercano di bere per riempire la vescica e spingerla contro la prostata.
E nessuno che riesce a sentire lo stimolo della pipi.
Mio padre sempre più nervoso.
Mille volte guarda i fogli della visita.
Il fascicolo degli esami fatti.
La prenotazione.
Mi spedisce in accettazione.
Mi fa cercare l’amico primario.
Mia madre recita il mantra dei tempi passati.
Alla fine siamo riusciti a tornare.
Nel caldo della macchina senza aria condizionata.
Mia madre continuava a spiegare i negozi che sono scomparsi.
Nel silenzio.
Mio padre non riusciva a parlare.
Finché non sono riuscito a chiedergli come si sentiva.
Ed ha cominciato a piangere.
Non riesco a vederlo piangere.
Sono rimasto con lui.
Ho rinviato tutto.
Lo ho accompagnato a fare una piccola passeggiata.
Ho cercato di farlo uscire dal suo mondo dentro una libreria.
Adesso spero stia leggendo.
Spero.

Una separazione

18 Comments/ in Senza categoria / by Gian Luca Conti
17/07/2007

Non faccio mai l’avvocato.
Soprattutto non mi piace.
Non sopporto di entrare nei fatti degli altri.
Non tollero ricercare torti e ragioni.
Eppure qualche volta ci sono costretto.
Come oggi.
Stamane mi è toccato di accompagnare un mio amico nella causa di separazione dalla moglie.
Il tribunale è un insieme di corridoi vuoti.
Abitati dal caldo e da strani ed azzimati caimani.
Dal disordine dei fascicoli.
Dal dolore delle storie chiuse nei fascicoli.
Battute a macchina, con la distrazione di una dattilografa che non riesce a piangere dinanzi al dolore che le sue dita pigiano nella tastiera.
Il mio amico – potrebbe chiamarsi N – era disperato.
La moglie ha  un altro.
Glielo ha detto da molto tempo.
Ma non riesce a darsene pace.
Il corridoio lo ha guardato a lungo mentre aspettava.
La testa fra le mani.
Le mani dentro la testa.
La moglie lo guardava con pietà.
Come si guarda un uomo che non sa vivere il proprio dolore senza farlo vedere.
Come si guarda un disgraziato con gli occhiali da sole per sopportare la penombra.
Il giudice lo ha guardato a lungo.
Ha chiesto se voleva separarsi.
N ha risposto di no.
Che per lui era tutto a posto, anche se sua moglie aveva un altro.
Che avrebbe aspettato.
Che non c’erano problemi.
Il giudice ha detto che i problemi c’erano.
Perché se lui non voleva separarsi la separazione non poteva essere consensuale.
Allora lui ha risposto che si, voleva separarsi ed ha cominciato a piangere.
Come un bambino stanco che non riesce a dormire.
Con la stessa disperazione quasi assoluta.
E queste lacrime, sul suo vestito, che era il vestito del matrimonio, mi sono rimaste appiccicate addosso.
Mentre guardavo l’avvocato della moglie.
Una donna, vestita di bianco, perfetta per Forte dei Marmi.
L’aria un pò trascorsa.
Le caramelle di chi non riesce a non fumare.
L’abbronzatura che serve per poter portare un abito  bianco.
E mi sono chiesto – mi continuo a chiedere – come possa vivere di questo dolore.
Come possa vivere ogni sua giornata rincorrendo l’angoscia di amori che finiscono.
Di figli che entrambi i genitori vogliono.
Di cose che logorano il tuo corpo e non solo il tuo spirito.
Adesso torno alle mie pagine, alle mie riflessioni sulla dimensione costituzionale della proprietà.
Lontano.
Più lontano.
Da tutto questo.
E non riesco a non pensare che non sia umano abituarsi a quelle stanze, fare di mestiere quello che ho fatto per un amico, che non avrei mai fatto se N non fosse un amico, se non avessi ritenuto mio dovere accompagnarlo.
Se non avessi pensato che era necessario.
Umanamente necessario.
Però in fondo dovrebbe essere questo il mestiere dell’avvocato: essere amico di chi non ha amici ed accompagnarlo in un viaggio dentro alla propria miseria.
Forse.
Magari.
Ma non lo so.

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