Solo parole cancellate
dal silenzio religioso
di una prostituta
in viaggio con il suo scudiero
L’inverno degli uomini assomiglia a quello delle piante
Ci si spoglia progressivamente di ogni emozione e sentimento
Fino a restare nudi
Il quieto sole della notte e la gioia immobile delle stelle intraviste da un letto che non è più nemmeno ricordi o rimpianti
L’egoismo del sangue che continua a scorrere anche se non bastano le coperte per scaldare un cuore vuoto
Eppure solitarie rose spuntano nel roseto ormai spoglio
Solitarie e coraggiose perché le rose nascono per fiorire
Le rose
Non gli uomini
Non questo uomo che ho paura di ritrovare nella parte più profonda dei miei occhi.

Una donna, nera come la notte, indossa un serpente come una condanna nel giardino dell’Eden
Fiori
Uccelli magici
Il bosco magico
La sua notte è il suo serpente,
Una collana, un collare
Non tutte le donne conoscono la parte più oscura e vera del loro essere
Ancora meno sanno come coniugare quella notte al giorno
Sanno riempire il giorno con la forza della notte
Un serpente che non possono dimenticare e che è l’unico abito con cui si può entrare nel bosco magico.
Mi ritrovo solo con la mia nausea
Solo di una solitudine di scarafaggio
Spaventato dello scarafaggio che è davanti a me, della sua forza
La forza degli scarafaggi è la solitudine spaventata di chi li osserva
Sa di doverli prendere in mano e lo scarafaggio sa di fargli schifo come solo uno scarafaggio
Vive di questo schifo, ama questo schifo, perché gli scarafaggi fanno schifo sapendo di fare schifo, amando lo schifo che fanno
Gli scarafaggi vincono le guerre
Sono brutti e schifosi ma vincono le guerre
Approfittandosi del fatto che si amano come solo uno scarafaggio si può amare
Penso tutto questo mentre osservo lo scarafaggio e suo padre
Che mi odiano, come solo loro sanno odiare.
Perché vogliono che anche io diventi uno scarafaggio
Penso a Kafka
Senza conforto.
Parole che sfuggono dalla bocca
Briciole di pensieri e ricordi sdentati
Tempo perso cercarle ancora
Tempo perso raccogliere le tessere di un mosaico consunto
delle memorie che si diramano in ferite di fuoco liquido
Non c’era speranza quando c’era un futuro
Non c’è speranza quando l’unico futuro è l’attesa di dimenticare il passato.
Mattino pisano.
Lungarno, molto vicino al Rettorato.
Bar.
Vedo il Coffey Gin di Nikka. Non riesco a non chiedere un martini cocktail.
Il mio amico chiede un succo di pomodoro condito.
Il barista confessa di non avere succo di pomodoro e chiede che cosa può portare al suo posto.
La tipa che sorseggia il caffé al banco alza lo sguardo:
Porti una cosa da ‘briachi anche a lui…

Il futuro cambia.
Ogni minuto.
Lo sanno gli artistici aruspici e gli stanchi amanti.
Le scatole di tabacco e le lampadine colorate che osservano i sogni dei bambini.
La nostalgia del passato non è onesta. L’adolescenza è un’affresco spremuto da dolori inestimabili e brufoli nel suo infinito presente e un ricordo struggente quando è il passato di un uomo di mezz’età.
Non si rimpiange quell’insieme di amori sfuggenti e poesie lette con l’apparecchio in bocca.
Si rimpiange quello che allora era il futuro. Un’ombra dolce che rendeva conforto alla luce accecante e spaventosa del presente.
Il passato, il vero passato, non è quello che è accaduto. Quello resta. Non abbandona il presente. Lo continua a graffiare fino a che non è nebbia e, forse, dimenticanza.
È il futuro che non è stato e che non sarà mai. Quello è nostalgia senza ombra. Luce senza colore. Odio di sé.
Il mare parla con voci sempre diverse.
Perché sa che lo ascoltano uomini che si sono persi: feriti inutili, innocenti che aspettano un’altra strage, persone che si fermano al margine della battigia con talmente tanto nulla dentro il cuore da trovare il tempo per aspettare la voce del mare.
Parlano anche i ciottoli sul margine di una spiaggia di sassi, rotolando gli uni accanto agli altri, squassati dalle onde.
Avremmo potuto essere felici
Dicono mentre si incontrano, un attimo prima di essere trascinati via ancora una volta per sempre.
Avremmo potuto essere felici se la crudele tempesta non ci avesse fatto incontrare solo per portarci via.
Li sente solo chi ha la stessa voce.
Li sento.
La cortigiana conosce le ombre e sa essere bella nell’ombra.
Lo sa perché sa come si vive nell’ombra.
L’ombra è un vino che separa la luce dal sogno e lei sa essere sogno quando non c’è luce ad illuminare la realtà.
Lo sa e lo odia.
Odia se stessa.
Odia l’ombra perché odia i sogni che scompaiono alla luce.
Odia la luce perché odia i sogni che non sono fatti di ombra, perché invade l’ombra distruggendo i sogni.
Pensa anche a questo la cortigiana mentre riprende il suo cammino. Non basta l’esperienza a dimenticare tutte le ombre in cui si è vissuti e a desiderarne una nuova capace di dimenticare ancora.
L’ombra è un vino che divora l’anima, che abitua a dimenticare, a vomitare tutto ciò che si è inghiottito solo per tornare a inghiottire, è il vino del barbone: una coperta di sogni che separa la mente dalla coperta di vomito e piscio in cui muore assiderato dall’indifferenza della luce.
Ogni volta che la cortigiana riprende il cammino, che ritrova la perfezione dei propri riccioli, l’arroganza intangibile dei suoi seni, la sottile timidezza delle sue caviglie e pensa alle ombre cui di nuovo si offrirà, sentendosi libera di ogni catena e sogno, vede l’illusione di un mondo senza ombre, l’unico nel quale potrebbe davvero vivere e uno dei tanti da cui è stata di nuovo vomitata.
In quei momenti, i suoi occhi vedono la Provenza di Cezanne ma, come Cezanne, Gauguin, o Utrillo, sa che il suo mondo non è quello. E’ la notte di Montparnasse impastata da un tubetto di colore spremuto da Soutine con gli inganni delle nebbie di Montmartre.
E scompare negli abissi di tutte le ombre che altri ha vomitato nella generosa avidità del suo animo.
La più falsa immagine dell’amore è un bambino al seno,
quel bambino è egoismo soddisfatto: tutto dipende da quello che non si ha il coraggio di pensare possa diventare abbandono.
Non è nemmeno un ricordo, non si ricorda il sapore del latte materno.
E’ una paura, la paura di poter dipendere ancora completamente da una persona, dal suo cuore,
una consapevolezza, la consapevolezza che una madre non pensa sempre al figlio. Che spesso si sente morire nel suo sguardo. Che può pensare che lui le stia rubando la vita. Ma non glielo dice. Finge di amarlo. Il suo amore è menzogna per non fare male con una verità troppo grande per il suo bambino, e quel bambino è più solo della solitudine perché la mano che stringe non pensa a lui, prova compassione solo per se stessa con pura crudeltà di madre,
eppure si cresce nel rimpianto dell’egoismo soddisfatto, è una malaria dell’anima, quell’abbandono che genera la pietà della menzogna.
Niente è più lontano dall’amore dell’istinto che si abbarbica alla speranza di una fiducia capace di sconfiggere la paura del buio, di quella notte che incombe in ogni goccia di pioggia, di quella voglia di travestire la paura che è mestiere di vivere.
Ma uno dei tanti sarcasmi della felicità è che le menzogne sono un cibo che svezza dal bisogno di speranza.
