Il primo giorno di primavera è un inganno.
Non perché la primavera non arriva ai primi di gennaio.
E nemmeno perché stanotte pioverà di burrasca e domani sarà freddo.
Ma perché dopo ogni primavera l’inverno torna e credere nella primavera è come credere nei fiori.
Un inganno che appassisce.
Davvero posso ritardare l’Epifania?
La Befana che arriva di notte può essere fermata a qualche valico e trattenuta per qualche giorno?
Mi piacerebbe che queste vacanze durassero ancora per qualche minuto.
Che non fosse già arrivato il momento di spengere le luci all’albero di Natale e di chiudere il presepio nella sua scatola.
Ma è arrivato e (fortunatamente?) nemmeno le grandi corporation della rete possono ritardare il calendario liturgico.

Il treno delle 8.28 ha dieci minuti di ritardo.
C’è un guasto sulla linea per Pistoia.
Il treno delle 8.28, però, è per Pisa e fra Pisa e Pistoia c’è il Montalbano che neppure Leonardo Da Vinci avrebbe saputo ferrare.
La partenza è con mezz’ora di ritardo che passa nel silenzio degli avvisi. L’oboe urla solo per avvertire che il personale di controlleria è un pubblico ufficiale al servizio dell’umanità.
Il video ricorda che si può fare Roma – Fiumicino in trentadue minuti senza aggiungere Se non ci sono guasti a Pistoia.
Ci sono giorni in cui la qualità del servizio sul Feccia Nera sembra quella del Pisa – Varsavia del 1943.

Ma il più bello di tutti è il professore che indossa un papillon rosso ricordo di antiche arroganze ma anche come se il badante nell’annodarlo avesse voluto invitare alla cautela, avesse voluto avvertire che da quel vecchio ci si può aspettare di tutto.
Il papillon e il suo vecchio arrivano quando i primi posti delle prime file sono occupati e l’anziano si appoggia alla parete fissando chi è seduto per spingerlo ad alzarsi con la forza del pensiero.
Il modello più che collaudato della vecchia sul tramvai e del sabato in pizzeria.
Chi è seduto non prova nessuna commozione per il papillon che ha conosciuto prima che il badante iniziasse a prendersi cura del venerando collo. Né per lo sguardo che le cispe non hanno reso più simpatico.
Resta seduto.
Si alza solo un secondo, un attimo appena. Per far passare la sua compagna di fila che vuol prendere la parola.
Il papillonato ha un balzo di rapace e si butta nel posto che il poverino aveva lasciato, come fosse il gioco delle seggiole in una balera degli anni cinquanta o quello delle carrozzine in un ospizio.
Il ragazzo lo guarda ma il vecchio ha di nuovo indossato le sue cispe e solo il sorriso per un attimo torna a spendere dell’antica ferocia.
Chi nasce rapace, resta bestia anche con il catetere.

La costituzione e il popolo non sono vicini. E se sono lontani la colpa è di tutti e due.
L’annuale convegno dell’associazione dei costituzionalisti è accattivante: Democrazia oggi. Ovvero il modello democratico fondato sulla rappresentanza di fronte alle sfide del populismo.
L’onestà di uno dei taglienti relatori afferma che ci sarebbe una incompatibilità di fondo fra Costituzione e populismo.
Il pensiero costituzionale fondato sulla rappresentanza politica sarebbe incompatibile con un discorso politico che parla alla pancia del popolo.
È vero.
Però la nostra polemica sul populismo, in fondo, è molto snob. Muove dall’idea che il popolo non sia degno di Kant. Che Kant non possa essere accolto da un popolo in canottiera che beve birra da muratori.
Questa idea, forse, mi spaventa ancora più del populismo.
Il popolo ha bisogno di essere amato e non si può essere democratici senza essere gramscianamente innamorati del popolo.
Probabilmente Kant non avrebbe apprezzato che un vetturino durante la sua passeggiata pomeridiana gli chiedesse di essere aiutato a capire il rapporto fra ragion pratica e ragion pura.
Lo stesso però non valeva per Don Milani o persino per Calvino, per non ricordare il Pasolini delle lettere con cui rispondeva ai suoi lettori.
Se Kant fosse stato meno snob, la Prussia sarebbe stata meno triste e l’arrogante mestizia dei cavalieri teutonici ha causato non poche disgrazie alla storia d’Europa.
Lo stesso vale per la costituzione. Se il popolo non la capisce è anche colpa di chi non è stato capace di raccontarla.

Le cose si possono vedere in qualunque luogo.
L’anima delle cose si vede al tavolino di un caffè.


Certi piedi si trovano solo sul Feccia Nera.
Ciò che è sopra – un bongo rovesciato – si spera di non trovarlo mai.

Certi piedi si trovano solo sul Feccia Nera.
Ciò che li sovrasta, un essere umano – ma anche un androide senziente – si augura di non incontrarlo mai.

La fine di un amore è un problema essenzialmente comunicativo.
Non è facile da spiegare che l’apparenza di eternità che permetteva di dare un colore più intenso alle cose è sfumata.
Bimba Piccola ha saputo risolvere il problema con la sua abituale ferocia.
Marco, mi dispiace. È che noi ci manchiamo in maniera diversa…
Il poveretto che non si chiama Marco, ma anche sbagliare nome fa parte di una strategia comunicativa, spalanca gli occhi interrogativo.
Si, tu non mi manchi
E va via perché la merenda al tempo dell’olio nuovo è più sacra di sempre.
Gentiloni non è uno scout e la legge elettorale non merita fiducia.
Il primo articolo della legge scout suona più o meno come lo scout pone il suo onore nel meritare fiducia, nelle parole del fondatore – sir Baden Powell -, A scout is trustworthy.
La legge elettorale non meritava la questione di fiducia del governo che è legittima sul piano costituzionale e sul piano della tattica parlamentare ma che non appare opportuna sul piano politico e dell’onore del governo.
Sul piano costituzionale non è scritto in alcun luogo che le norme in materia elettorale non possano essere oggetto di una questione di fiducia e sul piano della tattica parlamentare è più che ragionevole che le ragioni del calendario e quelle della politica portino il governo a porre la questione di fiducia sulle norme in materia elettorale.
Non vi è nessuna rottura della legalità costituzionale e invocare i precedenti di Mussolini o di De Gasperi, ma anche di Berlusconi e Renzi ha poco senso.
Lo ricorda Giovanni Guzzetta sul Dubbio che sottolinea la struttura politica della legge elettorale e perciò definisce come fisiologica la questione di fiducia.
Lo penso anche io e, perciò, mi pongo qualche problema.
Porre la questione di fiducia significa stabilire come conseguenza necessaria ed inevitabile del voto contrario del Parlamento le dimissioni del governo perché il governo chiede di meritare fiducia in quel voto.
Il governo merita fiducia, nel senso della legge scout, quando una proposta rispecchia i valori politici che intende proporre alla nazione come basi della convivenza.
La questione di fiducia, in altre parole, ha un valore tattico collegato alla vita parlamentare del governo e un valore strategico in cui il governo indica al paese i valori in base ai quali si considera meritevole di svolgere la propria funzione di guida dello Stato.
Sul primo piano, non c’è davvero niente da dire.
Sul secondo piano, forse, qualcosa da dire c’è: il governo ha posto la questione di fiducia su di una legge elettorale che ha come effetto principale quello di rendere inevitabili accordi di coalizione e maggioranze deboli.
Una legge che fa tornare indietro nel tempo e che sembra appartenere al patrimonio genetico del presidente del consiglio.
Però le leggi non sono macchine del tempo e non acquistano questa efficacia nemmeno grazie a una questione di fiducia.
