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I pensieri politicamente scorretti di una Ragazza Impertinente (L’ultimo giorno)

0 Comments/ in profstanco / by Gian Luca Conti
15/09/2017

L’estate di Ragazza Impertinente è stata funestata dai compiti.

E’ diligente ma non particolarmente studiosa.

Uno dei suoi crucci sono i temi.

Ama leggere ma molto meno scrivere.

E’ sintetica. Non scrive mai più di quello che vuole dire e cerca sempre di dirlo con il minor numero di parole. Non riesce a essere ruffiana con i lemmi e la sua fantasia non ama girare intorno ai concetti che esprime sempre in modo molto pratico.

Mi piace il suo modo di scrivere.

Meno alla sua professoressa.

Uno dei temi era intitolato “L’ultimo giorno”.

Ha affrontato diversi ultimi giorni: l’ultimo giorno di scuola, l’ultimo giorno delle vacanze, l’ultimo giorno del campo scout ecc.

Di ognuno di questi ha dato una descrizione pratica: l’ultimo giorno di scuola si devono schivare i gavettoni dei maschi. L’ultimo giorno delle vacanze si deve pensare a cosa indossare il primo giorno di scuola. L’ultimo giorno di campo scout bisogna trovare tutto quello che si è perso in quindici giorni di tenda.

Ha scritto anche – non è particolarmente ottimista – dell’ultimo giorno di vita, immaginando che cosa avrebbe fatto se avesse saputo che quello era il suo ultimo giorno di vita.

Vorrei andare a Disneyland e avere il pass che ti fa evitare le code, poi vorrei andare sul surf e cavalcare delle onde altissime, poi vorrei andare a fare shopping e comprare tutte le cose che desidero e vorrei, vorrei, vorrei…

Ho chiesto se non erano troppe cose per un giorno solo e soprattutto per un giorno come quello.

No, perché se fosse il mio ultimo giorno di vita, io proprio non vorrei saperlo e non pensarci mi sembra il minimo, anche se un demone dispettoso me lo dovesse dire…

 

Lo stupro di Firenze e le verità di due carabinieri infedeli per una notte

0 Comments/ in profstanco / by Gian Luca Conti
14/09/2017

Le verità dei carabinieri sono spesso inquietanti.

I carabinieri rassicurano ma la loro presenza spaventa e non sono stati pochi i marescialli dell’Arma che hanno subito processi più o meno inquietanti, fra Firenze e il suo contado.

Lo stupro di Firenze, in realtà e purtroppo, poteva accadere solo a Firenze e, forse, questo aspetto non è al centro delle pagine dei giornali che si occupano di una verità ambigua: il capopattuglia che non si accorge dell’ubriachezza al limite del coma etilico delle due ragazze o il suo compagno che dice di avere fatto solo quello che gli veniva ordinato.

Lo stupro di Firenze è accaduto a Firenze perché a Firenze si sono concentrati migliaia di ragazzi americani che non vengono per studiare, ma anche per divertirsi e si divertono bevendo fino a perdere qualsiasi controllo (e limite) per il semplice fatto che non sanno bere e non hanno mai bevuto quando erano con le loro famiglie.

E’ la tragica conseguenza sia di un comportamento che, allo stato delle notizie di cronaca, appare ingiustificabile sia di due culture che faticano ad assimilarsi e anche a convivere.

Il pronto soccorso di Santa Maria Nuova – nel centro di Firenze – trabocca di studenti americani ubriachi a un livello inaccettabile per la nostra cultura e questo accade ogni notte.

Trecentosessantacinque notti all’anno.

La presenza delle università straniere a Firenze dovrebbe essere una occasione straordinaria per lo sviluppo culturale della città.

Ma non è sempre così. Spesso questi studenti sono semplicemente degli strumenti che producono reddito per i gestori delle discoteche e degli altri locali notturni in cui passano le loro notti etiliche.

Lo stupro di Firenze merita di essere severamente punito e i suoi colpevoli ne risponderanno dinanzi all’Autorità giurisdizionale.

Un episodio sostanzialmente isolato

Il montante di vomito alcolico che le notti fiorentine lasciano al servizio municipale di spazzamento delle strade invece è la realtà di tutte le mattine nel centro storico e anche questo merita un severo intervento, magari applicando quelle misure di prevenzione e sicurezza che erano tante care ai carabinieri di Pinocchio e all’Italia Umbertina.

Il primo è un male criminale e come tale deve essere trattato.

Il secondo è un male politico e come tale, purtroppo, non è trattato.

Il ministro, gli smartphone e Picasso

0 Comments/ in profstanco / by Gian Luca Conti
13/09/2017

La polemica di questa mattina riguarda l’annuncio del ministro dell’Istruzione, dell’Università e della ricerca scientifica di considerare utili gli smartphone in classe.

Il solito esperto da Radio Tre si è detto sicuro che l’uso dello smartphone sia dannoso, perché scrivere su un palmare obbligherebbe il pensiero a un percorso puntiforme, il percorso delle dita sulla tastiera, abbandonando la dimensione fluida della calligrafia.

Forse non è esattamente così. E’ genericamente così.

C’è una grande differenza fra scrivere analogicamente e scrivere digitalmente.

Ogni strumento che si sceglie per scrivere consente al pensiero di seguire percorsi diversi e molto spesso chi è abituato a scrivere ha i suoi personali vezzi.

Si può pensare alla macchina da scrivere di Arthur Miller, alle matite Fila modello Tirone e perfettamente appuntate con cui scriveva Alberto Predieri, alle stilografiche di Chatwin e ai suoi taccuini.

Ciascuno ha un modo di scrivere e sviluppa il suo pensiero adattandolo anche a ciò che usa per scrivere.

La vera riflessione, la riflessione che, forse, sarebbe piaciuta a Steve Jobs, è l’importanza di educare alla consapevolezza dei diversi strumenti che si utilizzano e alla comprensione delle potenzialità che hanno.

Negare l’ingresso degli smartphone in classe significa non essere consapevoli che pensare “word” è molto diverso da pensare “gdoc”. Word, in fondo, è una macchina da scrivere che funziona molto bene ma che non è diversa da una Lettera 22 evoluta. Google doc permette di condividere ciò che si scrive mentre lo si scrive e questo è un modo di pensare scrivendo. Come ancora è diverso riflettere su un keynote o sviluppare una presentazione con Prezi, che si potrebbe prestare anche a un romanzo.

Hackpad, che adesso si chiama Paper e che viene sviluppato da Dropbox, è ancora un modo diverso di scrivere e di pensare a partire dal codice e come si può fare solo con uno smartphone.

Nessuno di questi strumenti è simile all’altro.

Non lo sono gli strumenti analogici, non lo sono quelli digitali. Sono diversi fra di loro e permettono cose diverse, un po’ come il corsivo francese e quello inglese, il gotico e il cancelleresco, per restare in ambito calligrafico.

Per questo il dibattito intorno alla proposta – dichiarazione del ministro dell’Istruzione è fuorviante rispetto al vero nodo della questione.

Educare ad esprimere il proprio pensiero è anche educare alla consapevolezza dei diversi strumenti che si possono usare per esprimere il proprio pensiero e a quali sfumature del proprio pensiero ciascuno di questi strumenti è più adatto a raccontare.

Picasso lo insegnava ai suoi allievi.

Prima di ogni altra cosa, si deve trovare la materia su cui dipingere, perché c’è chi ha bisogno della carta, chi degli affreschi, chi delle tele, chi semplicemente di pannelli di legno.

E Picasso era uno che si intendeva anche di calligrafia: quando doveva pagare qualcosa aggiungeva sempre un piccolo disegno alla sua firma sull’assegno in modo da essere sicuro che non sarebbe stato incassato…

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