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La banalità della Shoah

0 Comments/ in profstanco / by Gian Luca Conti
27/01/2026

Non viene troppa voglia di ricordare la Shoah in questa fine di gennaio del 2026 perché si fa strada con urgenza la domanda se abbia ancora senso farlo dopo Gaza.

In questa immagine, alcuni israeliani che osservano la distruzione di Gaza, l’olocausto di Gaza, pronti per un picnic.

Si è già osservato che questo atteggiamento ricorda le considerazioni della Arendt a margine del processo a Eichmann.

Il nodo della riflessione della Arendt riguardava il perché un popolo estremamente civile e colto come quello tedesco avesse acconsentito a uno sterminio di massa, come la cultura di Goethe e la scienza politica di Weber avessero potuto degenerare nella tecnica dell’olocausto.

Eichmann, visto dalla Arendt, non era un criminale, una bestia estranea alla cultura da cui proveniva, ma un uomo banale, intriso del sapere condiviso che Weber individua come tratto caratterizzante dell’amministrazione prussiana: l’età degli imperi che si trasforma in un potere che è fatto di uomini capaci di essere macchina perché avvinti da uno stesso spirito.

Il nodo, per la Arendt, non è la banalità del male. E’ la banalità di Weber: se lo Stato è un apparato di uomini uniti come ingranaggi di una macchina, lo Stato può perseguire qualsiasi fine: gli ingranaggi non smetteranno di girare e ciascuno resterà esattamente al suo posto. Non c’è differenza fra i registri di una anagrafe e quelli di un campo di sterminio.

Fin qui, è tutto scontato per una cultura media, ragionevolmente intrisa di buone letture e la Arendt è sicuramente fra queste.

Ma è anche inadeguato per chi guarda Gaza mangiando costine arrosto e alimentando un barbecue.

Il nodo è completamente diverso: l’età dell’amministrazione in senso weberiano non rappresenta la società di oggi, neppure la (non così) complessa società israeliana. Lo sterminio di Gaza, la sua metodica distruzione non è il punto di arrivo di uno Stato apparato i cui componenti sono capaci di sterminio come di gestire l’organizzazione postale o l’amministrazione ferroviaria, è qualcosa di terribilmente diverso.

Quei soldati sono i giovani che giocano ai videogiochi, gli eroi di guerra più spietati sono hikikomori, il popolo che li ha allevati osserva lo sterminio come se fosse una serie televisiva, le èlites che siedono nelle stanze dei bottoni, negli attici in cui si riuniscono i consigli di amministrazione di questa guerra, sono finanzieri, gestori di fondi pensionistici, banchieri.

Gaza insegna che il male è sempre banale, anche se cambia forma, si sa adattare alle mutazioni della umanità, e nessuno impara niente dalla storia: la shoah non ha insegnato niente neppure agli ashkenaziti che furono sterminati nell’est di Treblinka, Malyi Trostenec o Mogilev.

La verità è che il compito di uno Stato non è organizzare il potere, ma consentire a ogni individuo di divenire la persona che intende essere, senza condizionamenti, di scegliere la maschera con cui vuole camminare sul palcoscenico della sua vita.

Questo è il compito che ha fallito la cultura tedesca quando i suoi allievi hanno organizzato lo sterminio che oggi viene chiamato shoah, ma questo è anche il compito che ha fallito la cultura ebraica, la bibbia, le splendide riflessioni rabbiniche intorno alla Torah che chiamiamo midrash, quando i suoi figli osservano Gaza mangiando costine arrosto e cuocendo qualcosa sul barbecue della loro storia.

Il vero italiano

0 Comments/ in profstanco / by Gian Luca Conti
10/09/2025

Quest’estate sono mancati in parecchi.

Pippo Baudo, lutto nazionale.

Emilio Fede, lutto Fininvest, che non è più lutto nazionale ma ci assomiglia.

Giorgio Armani, lutto milanese, che è ancora più lutto nazionale del lutto nazionale perché crede di essere internazionale.

Stefano Benni, lutto a casa sua e l’applausometro dei coccodrilli quasi immobile.

Ognuno di questi signori incarna un diverso modo di essere italiani veri, un po’ come Toto Cotugno che è morto pure lui.

La cosa triste è che l’italiano che convince di più sia, a leggere i giornali, Giorgio Armani.

Non perché Armani non meritasse il massimo della stima, per il suo genio, l’understatement, il fiuto per gli affari e, ovviamente, il senso dell’eleganza.

Ma perché fra Giorgio Armani e gli italiani registrati all’anagrafe c’è un incolmabile abisso.

Un po’ la stessa distanza che c’è fra i modelli delle sfilate e i clienti del prêt à porter.

Una nazione che non si riconosce in se stessa è destinata a crollare sotto il peso delle proprie caricature.

E questo Benni lo ha sempre saputo vedere, leggere e raccontare con garbato genio.

Per questa ragione, pochi lo hanno voluto ricordare.

Per chi suona la campana (il Bayesian e gli altri sepolti del Mediterraneo)

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27/08/2024

La tragedia della Bayesian è scioccante per chiunque vada per mare: è incredibile pensare che una nave a vela costruita da Perini Navi possa essere affondata, non ci si può immaginare che una nave condotta da un equipaggio di professionisti abbia spedato l’ancora e sia andata alla deriva, il grido dei sopravvissuti – improvvisamente tutto è diventato oscurità – fa ghiacciare il sangue nelle vene.

Ne abbiamo seguito gli sviluppi dai giornali, con avida curiosità. Abbiamo tremato per la bambina in mezzo alla tromba d’aria, siamo stati portati a bordo mentre la nave affondava e i suoi ospiti cercavano scampo spostandosi verso poppa dove restavano definitivamente intrappolati, abbiamo seguito il recupero dei corpi uno ad uno.

Di questa tragedia, che molti leggono come un complotto sapientemente ordito ai danni dell’armatore, probabilmente non sapremo mai molto più di quello che si poteva capire già nelle prime ore: quasi tutto l’equipaggio, dieci persone, si è salvato, ha avuto il tempo di salire sulla zattera di salvataggio e di allontanarsi. Gli ospiti che si sono salvati, invece, sono riusciti a salire all’aperto e lanciarsi in mare dove a loro volta sono stati raccolti e tratti in salvo.

E’ inevitabile porsi una domanda, con l’imbarazzo delle domande che uno non si dovrebbe mai fare perché per dare una risposta vera ci si dovrebbe trovare in quella situazione e si spera che questo non accada, perché l’equipaggio si è salvato e non anche gli ospiti?

Ma è anche giusto non darsi una risposta: questa risposta riguarda un procuratore della Repubblica e il suo atto di accusa, se mai sarà formulato, prima, e un processo e la sua sentenza, poi. Per queste pagine, il comandante che abbandona la nave è un uomo condannato, più di ogni altro, a portare con sé il peso insopportabile di un marchio che nessuna giustizia potrà mai cancellare.

C’è, però, un’altra domanda che questa orrenda tragedia pone. La stessa domanda dipinta da Gericault nel suo Radeau de la Mèduse: perché questi morti ci impongono compassione e non godono dello stesso oblio di tutti gli altri morti innocenti di questi giorni, a Gaza, in Ucraina, nel Donbass, in uno qualsiasi degli infiniti luoghi del mondo in cui si muore innocenti – magari in braccio a una madre che cerca di proteggerci inutilmente con il suo corpo?

Perché la morte di un miliardario nel suo panfilo ci scandalizza e colpisce più della morte oscura di uno dei tanti migranti che il Mediterraneo ha sepolto con le sue onde, così corte e così maligne?

Quell’uomo non era nato per morire così. E’ questa la terribile verità: ci sono uomini che non nascono per morire dell’indifferenza dei loro servitori, che hanno il diritto di reclamare una fedeltà fino alla morte e ci sono uomini che, invece, nascono e muoiono nella stessa indifferenza generale, perché, in fondo, sappiamo che sono inutili, che la loro morte non aggiunge niente al niente che la loro nascita aveva aggiunto nella storia dell’umanità.

Ed è questo che davvero stomaca della tragedia del Bayesian.

Futili respiri

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15/12/2021

Non c’è motivo per nascere. Nessun motivo per imporre l’assurda complessità della vita a un gruppo di atomi e di molecole. Nessun motivo quando il faticoso insieme di esperienze ed emozioni che l’intelligenza della specie ha saputo specializzare in un individuo diventa un rifiuto catalogato dal codice dell’ambiente.

La vita è un imprevedibile calendario dell’avvento in cui l’ultima finestrella è una gita alle pompe funebri.

In ognuna di queste caselle, appare tutta la sua futilità. La futilità del respiro, del cibo, del sonno, dell’orgasmo.

Tutto è futile perché non vi è niente che non sia univocamente predestinato alla morte, a quell’esito che cerchiamo in ogni istante di dimenticare. Le due leggi fondamentali con cui l’ironia di un Dio immaginato da Schopenhauer ha programmato la sua razza eletta perché ci vuole ironia per costringere a vivere dimenticando la morte.

E questo triste calendario dell’avvento ha ogni giorno la sua sorpresa, sempre diversa per farci fare un altro passo in questo continuo dimenticare che è il vivere degli uomini.

Un dimenticare che ha le sue pietose regole. Prima di ogni altra quella per cui ogni uomo può decidere fino a quando. Fino a quando posso continuare a dimenticare il mio destino?

E con la vecchiaia si chiede sempre un giorno in più. Non so pensa che la vita non meriti di essere vissuta senza camminare, senza riuscire a mangiare con appetito, senza la gioia di riuscire ad ascoltare chi ci parla, senza la felicità di un sorso di vino o l’allegria di un ricordo vivo.

Sembra di poter vivere solo per respirare, pare che un sorso d’aria basti all’anima per dimenticare l’unico dono di Dio, quello che toglie tutti gli altri, che rende vano l’aver vissuto.

Per lui, però, non è stato così.

C’è stato un momento in cui ha deciso di smettere di dimenticare, un momento esatto e quel momento è stato fra le mie mani.

Perché ogni volta che, nella sua lunga agonia, in questi dieci giorni che sono passati da quando ha cominciato a smettere di respirare, gli prendevo la mano, lui la stringeva con forza. Con la forza delle mie figlie quando imparavano a camminare. Poi, un giorno, improvvisamente, quella mano ha perso forza. Mi ha abbandonato.

Ecco, non si vive dell’arida gioia di respirare, che era l’unica cosa rimasta alla stanchezza del suo corpo, si vive della gioia di una stretta di mano, di un contatto umano, della felicità di un figlio ritrovato.

In quell’ultimo e terribile istante in cui dopo averlo tante volte salutato, spesso sbattendo la porta come in una parabola che dispiace scrivere, ero tornato solo per dirgli che mai avrei desiderato un padre diverso da lui.

Quest’ultima gioia spero gli sia stata compagna in quel viaggio che per lui era certezza di risurrezione e che per me è descritto da un catalogo allegato al codice dell’ambiente.

Il fantasma di Anna Bolena

0 Comments/ in profstanco / by Gian Luca Conti
18/06/2020

Anna Bolena era una troia, non una troia da baraccone, ma una troia reale. Magari non era nemmeno troppo troia, magari non scopava con il fratello, il musico e il pirata, magari era solo una rompicoglioni ma il suo re decise che era una troia perché l’amava teneramente, profondamente, ingenuamente.

Anna Bolena aveva un amante, magari non ce l’aveva, ma il suo re decise che aveva un amante e che questo amante era un vichingo, che fosse il fratello, il musico o il pirata, chiunque di questi fosse, o fossero anche tutti e tre insieme, in ogni caso l’amante di Anna Bolena era un vichingo e la scopava come un vichingo prosciugandola e dissentandosi. Prosciugandosi e dissetandola.

Abbastanza per un processo: un re non si tradisce.

Abbastanza per una condanna a morte: un re non si tradisce con un vichingo.

Anna Bolena era una troia elegante e indossò il suo abito da sposa per il boia che l’avrebbe prosciugata senza dissetarsi, era un francese e non un vichingo. Provò la testa sul ceppo nella notte prima della esecuzione. Se si tradisce un re, si deve saper morire da regine, anche se il re non si è tradito, anche se il sesso con il vichingo, fratello, musico e pirata era un’invenzione di corte.

Anna Bolena era una troia piangente, capace di fuggire dagli Yeomen che la scortavano per spezzarsi le dita contro il granito della porta dietro alla quale Enrico pregava, perché i re pregano e gli dei hanno sempre belle parole per chi sa che cosa devono dire, ma non hanno orecchie per ascoltare chi gli chiede frasi che solo loro possono pronunciare.

Anna Bolena adesso è solo il fantasma di un’opera per abiti da sera e vernissage eleganti, ma a lungo è stata il fantasma dell’uomo che aveva tradito o che non aveva tradito, poco importa a una testa che rotola dal corpo. Quell’uomo che si era convinto che lei scopasse con un vichingo mentre lui l’amava teneramente. Che si era sentito umiliato dal fratello, musico e corsaro, dal loro dissetarsi dissetando, prosciugare prosciugandosi. Come si può sentire defraudato un amore tenero da un amore selvaggio, quasi un teorema per Sanremo. Ma non era così: le donna che si dissetano prosciugandosi, che non si fermano alla prima fonte che trovano lungo il sentiero, che cercano il sapore di tutte le bottiglie che un sommelier può aprire durante un’orgia, non vogliono tenerezza. La tenerezza chiede comprensione, la dolcezza vuole perdonare, l’amore chiede amore. Vogliono uno che si sappia prosciugare come loro, che sappia far male. Perché non ci sarà bisogno di comprensione, dolcezza o amore per bere a un’altra fonte e tornare a dissetarsi del fratello, musico, pirata. Non ci sarà bisogno di niente. Solo di una festa in maschera.

Questo Enrico non lo aveva capito. Per lui, era solo una troia. La troia di un re. Il fantasma di un re. Perché quando un re ama una troia e la troia muore, il fantasma di quell’amore resta. Non basta la dignità a scacciare i fantasmi. Non basta sapere che la sete di chi sa dissetare prosciugandosi è inesauribile. Che chi non nasce vichingo non lo diventa neppure se sposa Freya.

Ogni addio genera un fantasma e quel fantasma ripete, ogni notte, con la testa sotto il braccio, E’ inutile cercare quello che non esiste. E’ inutile, Anna, cercare un vichingo. E’ inutile, Enrico, cercare una sposa. Si trovano solo fantasmi e, in questa storia, i fantasmi si dissetano prosciugando.

Il ricatto dei rider

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27/04/2019

1971

Norma Rangeri sul Manifesto di questa mattina ha preso una posizione chiara a favore dei rider, i fattorini che portano piatti pronti dai ristoranti alle case dei loro clienti.

I rider hanno fatto notare ai clienti, ricchi e famosi ma anche piuttosto tirchi, che sanno dove abitano.

Il che suona come Voi non ci date la mancia e noi raccontiamo a tutti dove state di casa, così imparate

Per Norma Rangeri, non ci sarebbe niente di male in un fattorino che chiede la mancia e ciascuno dovrebbe sentire il dovere di remunerare spontaneamente il lavoro di chi sa non essere pagato in misura tale da poter vivere una esistenza libera e dignitosa secondo il contratto collettivo di riferimento.

Una posizione più che discutibile e molto vicina alla retribuzione compassionevole del cameriere nei paesi di lingua inglese.

La prima volta che sono stato in un albergo di lusso, il facchino mi prese la borsa malgrado le mie proteste, mi accompagnò alla camera, mi mostrò con cortesia tutto quello che dovevo sapere e, quando tirai fuori di tasca cinquemila lire, disse Questo è il mio lavoro chiudendo la porta sul mio imbarazzo.

La lotta per un contratto più giusto ed equo è ragionevole, legittima e, spesso, degna di ammirazione.

Il ricatto per la mancia è altro. E’ l’assalto dei miserabili al palazzo del re.

Dispiace leggere sul Manifesto la sua difesa ma un tempo in via Tomacelli c’era anche l’ufficio di Craxi e non solo la redazione del più puro fra i quotidiani della nazione.

Bella festa

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24/12/2018

Bella festa.

Gli amici che conosci da una vita, quelle persone che ti sono sempre state vicine e che non ti hanno mai abbandonato.

Che hanno ancora voglia di giocare e sanno sorridere su un piatto di pici quasi crudi e sanno perfino divertirsi con il Karaoke.

Ma poi arrivano i ragazzi.

I ragazzi che hai visto nascere e crescere e che adesso sono adolescenti, guidano la macchina, hanno le loro feste.

Passano rapidamente, senza fermarsi, con lo sguardo non troppo divertito di chi dice Ma guarda questi vecchi che si divertono come se fossero ragazzini e ti viene voglia di un caminetto, un plaid e la pipa.

Perché hanno ragione.

Dannatamente e oscenamente ragione.

Esecrabile: quello che non vorrei avere pensato

0 Comments/ in Senza categoria / by Gian Luca Conti
29/08/2017

Due ragazzi, un ragazzo e una ragazza, si appartano su una spiaggia di una nota località balneare.

Di notte.

Vengono trovati da un gruppo di ragazzi meno fortunati di loro e più forti di loro.

Il ragazzo viene picchiato come un animale e lasciato per morte.

La ragazza viene violentata e buttata in mare.

Il gruppo di ragazzi fugge e continua la sua notte di violenza con un lavoratore del sesso che esercita ai margini di una strada.

Di tutto questo, ciò che è esecrabile non è solo la bestiale violenza del branco che si muoveva la notte di qualche giorno fa in quella località balneare.

La violenza ha sempre delle giustificazioni, sociali, economiche, culturali.

Un uomo diventa un animale perché è un animale e basta poco a farglielo ricordare.

Ciò che è esecrabile sono io.

Io che ho pensato che se due ragazzi si appartano al buio su una spiaggia di notte, può succedere di tutto.

Come se vivessimo in un fumetto di Dylan Dog che passa a trovare Dampyr.

Questo è esecrabile e davvero inaccettabile.

Nessuno può pensare che non si può vivere un chiar di luna sul mare perché è normale che ci siano degli licantropi che si aggirano di notte.

Né a Rimini, né a Saint Tropez, e nemmeno a Dover.

 

Imparare il sapore delle lacrime

0 Comments/ in profstanco / by Gian Luca Conti
16/05/2016

BICETRE-PHARM-1939E

Simenon è scrittore di tremenda e folle agilità narrativa, la sua capacità di scrivere e di narrare ha un che di osceno per la rapidità con cui una somma di pensieri si distende sulla pagina e diventa immagini:  dipinge acquerelli con la profondità di una gymnopedie.

Le campane di Bicêtre sono uno dei suoi romanzi che preferisco: è il Simenon dell’autobiografia, quello che ha saputo scrivere alla madre mentre morivano entrambi. Lontano da Maigret. Read more →

Il giorno dopo il giorno della memoria

0 Comments/ in profstanco / by Gian Luca Conti
28/01/2014

Auschwitz-children_MEGA

Dolci le mani che accarezzavano quella testa di bambino in una antica foto

Mani di sconosciuta e memoria di madre

Tenacia di foglie all’ultimo inverno nella lana di un passamontagna

Niente di tutto questo chi mi è stato caro ha mai voluto ricordare

Arrossendo di cose oscene ogni volta che altri – non chi gli era familiare – lo induceva a quei mai lontani giorni.

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