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Tag Archive for: diritto di resistenza

Politica togata e toghe politicizzate

0 Comments/ in profstanco / by Gian Luca Conti
20/02/2026

Disturba il conflitto fra poteri che si sta scatenando intorno al referendum sulla separazione delle carriere.

Disturbano i magistrati che prendono costantemente posizione sull’uno o l’altro fronte e la politica che ne replica le posizioni.

Ci sarebbero da dire due cose, non troppo scontate, nel merito della riforma.

La prima riguarda la ragione dell’unica carriera per la magistratura requirente e giudicante: l’idea che il magistrato requirente abbia le caratteristiche di indipendenza, imparzialità e soggezione soltanto alla legge che nell’occidente civilizzato si associano alla magistratura giudicante è una idea straordinaria collegata sia al valore costituzionale dell’obbligatorietà dell’azione penale sia alla presunzione d’innocenza sia alla funzione rieducativa della pena.

Non sono sicuro, però, che le cose siano andate nel senso prefigurato dalla Costituzione.

La seconda riguarda la responsabilità professionale dei magistrati: sinora, si è affermato un regime assai peculiare per cui i magistrati molto difficilmente possono essere chiamati a rispondere dei loro errori. E’ una conseguenza della costruzione della loro soggezione soltanto alla legge ed è tipico per l’esercizio delle funzioni giudicanti perché queste funzioni sono al di sopra delle parti.

Se, invece, si costruisce il pubblico ministero come una parte, la sua responsabilità diventa simile a quella degli avvocati e potrebbe essere complesso considerati i valori che il pubblico ministero amministra.

In altre parole, se la gestione palesemente coercitiva della carcerazione preventiva durante la stagione di mani pulite fosse stata suscettibile di sindacato in chiave di responsabilità professionale, sicuri che i pubblici ministeri avrebbero usato dei loro strumenti con quella disinvoltura?

Non sono argomenti né a favore del Si né per il No, sono solo spunti di riflessione.

Quello, però, di cui sono sicuro è che l’art. 98, terzo comma, Cost. vieta ai magistrati di fare politica attiva, esattamente come lo vieta ai militari in carriera e ai diplomatici in missione all’estero. Si tratta di una disposizione che ha un forte valore etico e che mi pare sia palesemente violata nel corso di questa campagna referendaria.

Mi domando però se al divieto per i magistrati di fare politica non si accompagni anche un divieto per la politica di regolare la magistratura secondo il principio maggioritario: la giustizia, l’esercito, la diplomazia sono amministrazioni che devono operare al di fuori di qualsiasi partigianeria e nell’interesse esclusivo dell’intera comunità nazionale.

Ma questo significa anche che il circuito Parlamento – governo quando si occupa di queste amministrazioni deve rinunciare all’indirizzo politico di maggioranza.

Forse il vero nodo costituzionale che consente di superare il conflitto fra poteri di politica e magistratura è il nucleo normativo essenziale di 98, terzo comma, Cost.

E mi pare questo il senso del discorso di Mattarella al C.S.M.

La satira è anche di destra

0 Comments/ in profstanco / by Gian Luca Conti
09/02/2026

Un comico di destra è stato invitato a Sanremo.

Chissenefrega, verrebbe da dire, anche se l’espressione non è politicamente corretta, soprattutto se riferita alla destra.

La sinistra insorge: ha preso in giro la Schlein, è un comico sessista, fa battute politicamente scorrette.

La Meloni ribatte che se lei viene presa in giro da Natangelo sul Fatto Quotidiano, allora Elly può essere presa in giro a Sanremo. Magari ha ragione. Magari ha ragione Renzi che osserva che farebbe meglio ad occuparsi di sanità e fisco, anche se lo stesso discorso vale per quella sinistra che ha protestato contro il comico di destra.

Il comico rinuncia all’incarico (e al cachet).

La RAI se ne esce con un comunicato in cui manifesta solidarietà per il comico che giustamente avrebbe espresso preoccupazioni per la integrità propria e dei suoi cari. Come dire: anche questo è un problema di sicurezza pubblica.

Viene da pensare che, forse, se io fossi un comico, ed essere un professore di diritto costituzionale, di questi tempi, non è troppo diverso, avrei preso le critiche di chi contesta la mia comicità troppo greve come  un motivo per dimostrare di essere capace anche di uno humour alto: vengo ma, state tranquilli, non farò nessuna battuta politicamente scorretta e dirò tutto il bene di tutti facendo ridere lo stesso.

Sono brutti i tempi in cui i giullari si autocensurano. Ma ancora più brutti quelli in cui i politici protestano contro di loro: Spadolini non ha mai accusato Forattini per averlo rappresentato come un salume. Vale per la Meloni, vale per la Schlein.

Tuttavia non è vero che la satira è solo di sinistra.

Basta leggere lo schema del d.l. sicurezza: l’art. 17, intestato Disposizioni in materia di accertamenti concorsuali e di requisiti per l’accesso ai ruoli e alle carriere della Polizia di Stato, stabilisce che gli appartenenti ai ruoli della Polizia di Stato che esercitano funzioni di polizia (evidentemente ci sono dei poliziotti che fanno altro) e gli allievi dei corsi di formazione per l’accesso ai ruoli della Polizia di Stato che partecipano a concorsi, interni o pubblici, per il passaggio o l’accesso ai ruoli e alla carriera superiori della Polizia di Stato non sono sottoposti agli accertamenti dell’efficienza fisica e, per la parte già effettuata all’atto dell’accesso ai ruoli, agli accertamenti psicofisici.

In pratica, se si capisce bene, in un provvedimento di urgenza collegato al bisogno di far fronte alla straordinaria emergenza collegata ai fatti dell’Askatasuna, è finita, insieme a molte altre, anche una norma provvidenziale per il personale della Polizia di Stato.

Un poliziotto, una volta che, a diciotto anni, più o meno, ha superato il test di efficienza psico-fisica rimane perfettamente sano e in perfetta forma per tutta la sua vita lavorativa e non c’è più bisogno di ripetere questo accertamento ogni volta che fa un concorso interno per salire di grado.

Viene da chiedersi perché non anche i Carabinieri, la Guardia di Finanza, le Guardie Forestali, i Vigili del Fuoco, la polizia urbana e quella venatoria? Che differenza c’è?

E cosa c’entra con l’Askatasuna una norma che crea una stirpe di superuomini, i poliziotti, che resistono alle offese del tempo.

Anche la destra fa satira, solo che la fa con i decreti legge, e questa è la satira che il paese si merita.

L’Askatasuna di Calvino e Pasolini

0 Comments/ in profstanco / by Gian Luca Conti
02/02/2026

Erratiche divagazioni intorno a urbanistica e proprietà

Da  una parte, la Presidente del Consiglio: aggredire un celerino – che si era perso con la sua squadra perché non conoscevano lo stradario di Torino, così il Soprintendente sul Messaggero di oggi ed è caduto in una imboscata anarchica – è un tentato omicidio.

Dall’altra parte, Manifesto e Fatto Quotidiano: fa notizia il poliziotto aggredito ma non altrettanto accade per i manifestanti che pure sarebbero stati malmenati dalle forze dell’ordine, alcuni dei quali non avrebbero ricevuto soccorso.

Fin qui, la cronaca che, come sempre in questi casi, ricorda la polemica fra Pasolini e Calvino: si deve stare con la polizia, anche  nella sua espressione più muscolare, o con i manifestanti? Ordine pubblico o libertà di manifestazione del pensiero, secondo Pasolini; un insanabile frattura fra classi, in cui il proletariato è rappresentato dalla polizia, secondo Calvino.

Sono discorsi vecchi: non ci sono più muscolosi celerini che esercitano in maniera innocente il mestiere che il destino gli ha imposto per sottrarsi alla disoccupazione e non c’è molta libertà di manifestazione del pensiero in gruppi di anarchici che si organizzano per tempo nello stesso modo in cui i tifosi preparano gli agguati ai seguaci della squadra avversaria.

Così è antipatico sostenere che una occupazione è legale perché mancano spazi pubblici e che, perciò, non si può procedere allo sgombero.

Come è profondamente ingenuo pensare che lo sgombero di un centro sociale come Akatasuna non generi disordini e sommosse. La facilità con cui si è riusciti a sgomberare il Leonkavallo è il frutto di una geniale gestione della vicenda da parte delle forze dell’ordine e il genio non è mai la regola.

L’interrogativo, perciò, non riguarda queste analisi che sono abbastanza scontate. Riguarda il senso delle occupazioni: le occupazioni invadono degli spazi abbandonati, concorrono, per un certo periodo, alla loro valorizzazione evitando l’assoluto degrado dell’abbandono, poi, a un certo punto, perdono di forza vitale e diventano un problema.

Se è così, il problema delle occupazioni è al loro inizio: nel momento in cui un determinato spazio perde la sua utilità sociale, quando la fabbrica viene abbandonata.

Nello stesso tempo, il problema delle occupazioni è che ci sono delle esigenze sociali che il mercato immobiliare non può soddisfare per sua natura e che il Comune non riesce a gestire perché sfuggono ai meccanismi della rappresentanza che consentono l’emersione degli interessi attraverso la politica: un centro sociale non è un asilo nido non tanto perché ci vanno dei ragazzi con i capelli lunghi, i cani grossi e le treccine, per semplificare, quanto perché le giovani madri hanno una rappresentanza politica che consente ai loro interessi di emergere mentre i ragazzi dei centri sociali, no.

O almeno non nel momento in cui avviene l’occupazione perché dopo anche i centri sociali diventano serbatoi di voti, come tutto.

Questa problematica si muove su due piani: il primo è il fallimento della urbanistica. Dove c’è un centro sociale l’urbanistica ha fallito perché una funzione di cui quella società civile ha bisogno è risolta illegittimamente attraverso una occupazione abusiva.

Il secondo riguarda la proprietà: i centri sociali nascono, sempre, dall’abbandono di uno spazio e uno spazio abbandonato non può essere proprietà individuale perché nessuno merita di possedere ciò di cui non ha bisogno.

E’ la riflessione, secolare, sulla manomorta.

Il resto viene tutto da qui ed è triste che la caduta del fallimento della politica siano le aggressioni alle forze dell’ordine e la perdita di spazi destinati alla socialità di chi è escluso dal mercato immobiliare.

Quello che non si può dire (a proposito di Israele)

0 Comments/ in jusbox / by Gian Luca Conti
29/01/2026

Se si scrive un post, interrogandosi su un genocidio, perché si tratta di un genocidio, e chiedendosi in che misura le categorie usate da Arendt per spiegare un diverso genocidio siano ancora attuali, le letture sono pochissime, i like ancora meno e questo non ha importanza.

Se si partecipa a una trasmissione radiofonica cercando di spiegare gli stessi concetti, i commenti degli ascoltatori fanno pensare: non si può parlare male di Israele, non si può dire chiaramente che qualcosa non funziona, non ci si può chiedere se questo qualcosa sia una speciale forma di banalità del male.

Non lo si può fare perché un diffuso complesso di colpa lo impedisce?

Anche questa spiegazione è banale: Israele non è un complesso di colpa. Israele è un modello culturale: è, nello stesso tempo, ciò che resta di una cultura straordinaria, lo sviluppo di una idea politica pressoché incomunicabile: il sionismo, e, oggi, il trionfo della banalità del male.

E se ne deve parlare perché dentro Israele c’è molto da capire per comprendere il futuro dell’occidente.

La banalità della Shoah

0 Comments/ in profstanco / by Gian Luca Conti
27/01/2026

Non viene troppa voglia di ricordare la Shoah in questa fine di gennaio del 2026 perché si fa strada con urgenza la domanda se abbia ancora senso farlo dopo Gaza.

In questa immagine, alcuni israeliani che osservano la distruzione di Gaza, l’olocausto di Gaza, pronti per un picnic.

Si è già osservato che questo atteggiamento ricorda le considerazioni della Arendt a margine del processo a Eichmann.

Il nodo della riflessione della Arendt riguardava il perché un popolo estremamente civile e colto come quello tedesco avesse acconsentito a uno sterminio di massa, come la cultura di Goethe e la scienza politica di Weber avessero potuto degenerare nella tecnica dell’olocausto.

Eichmann, visto dalla Arendt, non era un criminale, una bestia estranea alla cultura da cui proveniva, ma un uomo banale, intriso del sapere condiviso che Weber individua come tratto caratterizzante dell’amministrazione prussiana: l’età degli imperi che si trasforma in un potere che è fatto di uomini capaci di essere macchina perché avvinti da uno stesso spirito.

Il nodo, per la Arendt, non è la banalità del male. E’ la banalità di Weber: se lo Stato è un apparato di uomini uniti come ingranaggi di una macchina, lo Stato può perseguire qualsiasi fine: gli ingranaggi non smetteranno di girare e ciascuno resterà esattamente al suo posto. Non c’è differenza fra i registri di una anagrafe e quelli di un campo di sterminio.

Fin qui, è tutto scontato per una cultura media, ragionevolmente intrisa di buone letture e la Arendt è sicuramente fra queste.

Ma è anche inadeguato per chi guarda Gaza mangiando costine arrosto e alimentando un barbecue.

Il nodo è completamente diverso: l’età dell’amministrazione in senso weberiano non rappresenta la società di oggi, neppure la (non così) complessa società israeliana. Lo sterminio di Gaza, la sua metodica distruzione non è il punto di arrivo di uno Stato apparato i cui componenti sono capaci di sterminio come di gestire l’organizzazione postale o l’amministrazione ferroviaria, è qualcosa di terribilmente diverso.

Quei soldati sono i giovani che giocano ai videogiochi, gli eroi di guerra più spietati sono hikikomori, il popolo che li ha allevati osserva lo sterminio come se fosse una serie televisiva, le èlites che siedono nelle stanze dei bottoni, negli attici in cui si riuniscono i consigli di amministrazione di questa guerra, sono finanzieri, gestori di fondi pensionistici, banchieri.

Gaza insegna che il male è sempre banale, anche se cambia forma, si sa adattare alle mutazioni della umanità, e nessuno impara niente dalla storia: la shoah non ha insegnato niente neppure agli ashkenaziti che furono sterminati nell’est di Treblinka, Malyi Trostenec o Mogilev.

La verità è che il compito di uno Stato non è organizzare il potere, ma consentire a ogni individuo di divenire la persona che intende essere, senza condizionamenti, di scegliere la maschera con cui vuole camminare sul palcoscenico della sua vita.

Questo è il compito che ha fallito la cultura tedesca quando i suoi allievi hanno organizzato lo sterminio che oggi viene chiamato shoah, ma questo è anche il compito che ha fallito la cultura ebraica, la bibbia, le splendide riflessioni rabbiniche intorno alla Torah che chiamiamo midrash, quando i suoi figli osservano Gaza mangiando costine arrosto e cuocendo qualcosa sul barbecue della loro storia.

C’ero anche io? No: tu no (da Me too a Not me)

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29/08/2025

Di “mia moglie”, il gruppo di FB in cui taluni postavano le immagini delle ignare compagne di vita perché gli altri membri del gruppo le commentassero, è stato detto molto fra lo scandalizzato, l’addolorato e l’eccitato: c’è da chiedersi se non sia una nuova dimensione del buon costume quella per la quale si può vedere tutto, o praticamente tutto che si può vedere attraverso la rete e credo non ci sia molto altro da immaginare almeno sul piano sessuale, purché l’interessato abbia dato il proprio consenso. Read more →

Influencer agli inferi

0 Comments/ in profstanco / by Gian Luca Conti
27/08/2025

Gli influencer non sono reporter perché nessun giornale comprerebbe i loro contenuti e i reporter non sono influencer perché nessun consumatore comprerebbe mai i prodotti che promuovono nei loro articoli. Read more →

Santa [S]Fiducia: la democrazia delle trappole identitarie

0 Comments/ in profstanco / by Gian Luca Conti
26/02/2025

Sul piano tecnico, uno dei due rami del Parlamento ha respinto la mozione di sfiducia individuale presentata nei confronti del Ministro Santanché.

Il Ministro si è difeso sostenendo di essere il bersaglio dell’altrui invidia per i suoi tacchi, le sue borse, il suo modo di essere.

Può darsi che abbia ragione.

Ma può anche darsi che, come spesso capita a chi è accusato, la sua difesa si sia trasformata in un’accusa peggiore del capo di imputazione.

La Santanché è percepita essenzialmente come una donna di mezz’età che si veste con uno stile decisamente aggressivo, cerca, per quel che può, di mantenersi in forma e ostenta il proprio fisico.

Qualcosa che, absit injuria verbis, può essere definito come una cougar nel linguaggio di siti meno seri del Corriere della Sera ma con più visitatori.

Questa è la ragione che la rende un animale politico perché il suo aspetto, quell’abito di pelle_latex_quel che l’è, quella borsa, quei tacchi 12 è, per i suoi elettori, rappresentativo della nazione e meritevole di essere ricompreso nell’indirizzo politico di maggioranza.

Succede: quando la democrazia si trasforma perché gli organi eletti non sono più chiamati ad educare la nazione, secondo il modello di Bagehot, ma a rappresentarla, secondo il modello di Bockenforde, allora ci vediamo allo specchio e il nostro specchio ci mostra anche i tacchi 12 della Santanché.

Non è diverso da quello che succede a sinistra: che cosa fa Sara Funaro quando si arma degli opportuni utensili e scende da Palazzo Vecchio per smontare le key box? Esattamente la stessa cosa: dà vita al disagio di chi vive nella invidia di quelli che si “arricchiscono” con airbnb invece di fittare ad equo canone ai cittadini più bisognosi che sono costretti a vivere sempre più lontani dal centro in periferie che si alimentano di sogni al plasma.

In questa democrazia rischiamo di restare invischiati in una trappola identitaria perché se ciascun eletto concorre a rappresentare l’intera nazione trasformandosi in una maschera da commedia dell’arte, l’indirizzo politico non è più un consenso per intersezione guidato da valori alti. E’ una commedia.

Santa che compra borsette false per regalarle alla Pascale.

Genny che si fa illudere di essere diventato padre e finisce su tutti i rotocalchi insieme a Rosy e alla moglie piuttosto infastidita. Non si sa se per il tradimento o per il pentimento.

Michele che blocca un ristorante per pranzare con l’avvocata ambasciatrice della Puglia all’estero.

Sara con le pinze in mano che si trasforma nella vendicatrice del proletariato scacciato dal centro storico.

Etc.

Tutto sommato meglio di quello che accade dall’altra parte dell’oceano dove, per le stesse ragioni, ci si veste da Toro Seduto e si assalta il Parlamento.

Sclavi contro Tolkien

0 Comments/ in profstanco / by Gian Luca Conti
04/02/2025

L’attuale sorellanza di governo si identifica in Frodo (Giorgia), il tormentato portatore dell’anello, e Sam (Arianna), il suo fedele servitore che lo chiama Padron Frodo e non gli fa mai mancare un pasto caldo, persino durante l’ascesa al Monte Fato.

Più in profondo, si identifica nella visione di Elemir Zolla che, nella sua prefazione all’edizione Rusconi del Signore degli Anelli, uscita nel 1970, dopo che Elio Vittorini e Aldo Sereni avevano espresso un giudizio negativo per Mondadori, accenna a due modi di intendere l’antico: scimmiottarlo, ironizzando, come Mark Twain nel Cowboy alla tavola rotonda, o prendendolo sul serio fino a impregnarsi dei suoi valori.

Il Signore degli Anelli parla di un mondo diviso in due: da una parte, il male di Sauron e, dall’altra, la serenità molto benpensante degli Hobbit per i quali un caminetto e l’erba pipa sono la felicità.

Il vero protagonista del Signore degli Anelli è Sauron che vuole l’anello del potere per legare a sé uomini ed elfi ed è Sauron che giustifica l’avventura di Frodo e dei suoi compagni.

Qui, forse, sta il problema: se Giorgia Meloni è Frodo, chi è Sauron?

La Schlein? Conte? Renzi? I sindacati? La magistratura?

In realtà, Sauron non esiste perché la funzione di governo, intesa come indirizzo politico, ha come scopo trovare punti d’incontro capaci di unire tutte le forze che concorrono a comporre la nostra ancora fragile democrazia.

Eppure il Signore degli Anelli è un mito potente: nell’età del tramonto delle ideologie consente alla destra di governo di mostrare un orizzonte ideale, una direttrice di senso, per quanto più apparente che reale.

Si consiglia alle sinistre di pensarci bene.

C’è un fumetto che potrebbero adottare: Dylan Dog.

Lì i mostri, in fondo, sono buoni, basta saperli guardare.

P.s.

Taiani e Salvini lottano per Aragorn…

Nani e ballerine (Gli uffici di diretta collaborazione)

0 Comments/ in profstanco / by Gian Luca Conti
12/09/2024

Molti hanno sorriso della liason fra il ministro e la organizzatrice di eventi.

Poi ci si è resi conto che dietro quell’affare c’era un ufficio ambito dalla organizzatrice e promesso dal ministro.

Adesso ci si deve chiedere che cosa sia esattamente quell’ufficio.

E’ regolato dall’art. 14, secondo comma, d.lgs. 165/2001: il regolamento che disciplina l’organizzazione di un ministero può istituire gli uffici di diretta collaborazione del ministro che servono per interconnettere la sfera di direzione politica con la sfera di attuazione amministrativa. Questi uffici sono composti di personale che al giuramento del nuovo ministro deve essere confermato entro trenta giorni, altrimenti il rapporto decade automaticamente.

Il regolamento che si è appena richiamato dovrebbe essere ai sensi dell’art. 17, legge 400/1988 un decreto del Presidente della Repubblica, ma questa fonte è stata sostituita dal decreto del Presidente del consiglio dei ministri.

Cambia perché sul primo è necessario sia il parere del Consiglio di Stato che quello della Commissione parlamentare competente nonché la registrazione della Corte dei conti.

In ogni caso, la fuga dal decreto del Presidente della Repubblica è segnalata da tempo nella dottrina più avveduta.

Il Ministero della cultura è disciplinato dal d.P.C.M. 15 marzo 2024, n. 57 che tratta degli uffici di diretta collaborazione all’art. 32.

Possono essere nominati quindici consiglieri di elevata specializzazione a pagamento e quindici a titolo gratuito.

Il ministro Sangiuliano ne ha nominati nove a pagamento e nove a titolo gratuito.

La somma complessiva impegnata per quelli a pagamento conta 290.000 Euro.

Per gli altri, ci sono i rimborsi spese.

A che cosa servono i consiglieri?

Se il loro ruolo è quello di imprimere alle burocrazie ministeriali la forza riveniente dall’indirizzo politico governativo, è difficile capire le funzioni di un consigliere per la deontologia culturale o di quello per le tradizioni popolari, per fare due esempi.

Se, invece, il ruolo fosse quello di assicurare l’efficacia delle politiche in materia culturale facendo sì che l’azione amministrativa sia condivisa con gli esponenti del mondo della cultura, allora,  acquista un minimo di consistenza il consulente per la danza o quello per il recupero e la restituzione dei beni culturali.

In ogni caso, resta davvero difficile capire perché così tanti consiglieri al ministero dei beni culturali e solo ascensoristi a Palazzo Chigi.

Ma questa è davvero un’altra storia.

 

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