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Tag Archive for: fascismi

Quello che non si può dire (a proposito di Israele)

0 Comments/ in jusbox / by Gian Luca Conti
29/01/2026

Se si scrive un post, interrogandosi su un genocidio, perché si tratta di un genocidio, e chiedendosi in che misura le categorie usate da Arendt per spiegare un diverso genocidio siano ancora attuali, le letture sono pochissime, i like ancora meno e questo non ha importanza.

Se si partecipa a una trasmissione radiofonica cercando di spiegare gli stessi concetti, i commenti degli ascoltatori fanno pensare: non si può parlare male di Israele, non si può dire chiaramente che qualcosa non funziona, non ci si può chiedere se questo qualcosa sia una speciale forma di banalità del male.

Non lo si può fare perché un diffuso complesso di colpa lo impedisce?

Anche questa spiegazione è banale: Israele non è un complesso di colpa. Israele è un modello culturale: è, nello stesso tempo, ciò che resta di una cultura straordinaria, lo sviluppo di una idea politica pressoché incomunicabile: il sionismo, e, oggi, il trionfo della banalità del male.

E se ne deve parlare perché dentro Israele c’è molto da capire per comprendere il futuro dell’occidente.

La banalità della Shoah

0 Comments/ in profstanco / by Gian Luca Conti
27/01/2026

Non viene troppa voglia di ricordare la Shoah in questa fine di gennaio del 2026 perché si fa strada con urgenza la domanda se abbia ancora senso farlo dopo Gaza.

In questa immagine, alcuni israeliani che osservano la distruzione di Gaza, l’olocausto di Gaza, pronti per un picnic.

Si è già osservato che questo atteggiamento ricorda le considerazioni della Arendt a margine del processo a Eichmann.

Il nodo della riflessione della Arendt riguardava il perché un popolo estremamente civile e colto come quello tedesco avesse acconsentito a uno sterminio di massa, come la cultura di Goethe e la scienza politica di Weber avessero potuto degenerare nella tecnica dell’olocausto.

Eichmann, visto dalla Arendt, non era un criminale, una bestia estranea alla cultura da cui proveniva, ma un uomo banale, intriso del sapere condiviso che Weber individua come tratto caratterizzante dell’amministrazione prussiana: l’età degli imperi che si trasforma in un potere che è fatto di uomini capaci di essere macchina perché avvinti da uno stesso spirito.

Il nodo, per la Arendt, non è la banalità del male. E’ la banalità di Weber: se lo Stato è un apparato di uomini uniti come ingranaggi di una macchina, lo Stato può perseguire qualsiasi fine: gli ingranaggi non smetteranno di girare e ciascuno resterà esattamente al suo posto. Non c’è differenza fra i registri di una anagrafe e quelli di un campo di sterminio.

Fin qui, è tutto scontato per una cultura media, ragionevolmente intrisa di buone letture e la Arendt è sicuramente fra queste.

Ma è anche inadeguato per chi guarda Gaza mangiando costine arrosto e alimentando un barbecue.

Il nodo è completamente diverso: l’età dell’amministrazione in senso weberiano non rappresenta la società di oggi, neppure la (non così) complessa società israeliana. Lo sterminio di Gaza, la sua metodica distruzione non è il punto di arrivo di uno Stato apparato i cui componenti sono capaci di sterminio come di gestire l’organizzazione postale o l’amministrazione ferroviaria, è qualcosa di terribilmente diverso.

Quei soldati sono i giovani che giocano ai videogiochi, gli eroi di guerra più spietati sono hikikomori, il popolo che li ha allevati osserva lo sterminio come se fosse una serie televisiva, le èlites che siedono nelle stanze dei bottoni, negli attici in cui si riuniscono i consigli di amministrazione di questa guerra, sono finanzieri, gestori di fondi pensionistici, banchieri.

Gaza insegna che il male è sempre banale, anche se cambia forma, si sa adattare alle mutazioni della umanità, e nessuno impara niente dalla storia: la shoah non ha insegnato niente neppure agli ashkenaziti che furono sterminati nell’est di Treblinka, Malyi Trostenec o Mogilev.

La verità è che il compito di uno Stato non è organizzare il potere, ma consentire a ogni individuo di divenire la persona che intende essere, senza condizionamenti, di scegliere la maschera con cui vuole camminare sul palcoscenico della sua vita.

Questo è il compito che ha fallito la cultura tedesca quando i suoi allievi hanno organizzato lo sterminio che oggi viene chiamato shoah, ma questo è anche il compito che ha fallito la cultura ebraica, la bibbia, le splendide riflessioni rabbiniche intorno alla Torah che chiamiamo midrash, quando i suoi figli osservano Gaza mangiando costine arrosto e cuocendo qualcosa sul barbecue della loro storia.

I Cocci di Gelli

0 Comments/ in profstanco / by Gian Luca Conti
01/09/2025

Licio Gelli ha composto la danza macabra della Repubblica, e non solo, usando come tastiera una loggia massonica.

Fa venire i brividi che questo fascista educato nel fascismo, combattente nella Guerra di Spagna, Repubblichino, successivamente, nel caos del dopoguerra, partigiano, per professione rappresentante di macchine per cucire, sposato con quattro figli e non molti pettegolezzi sulla vita privata abbia guidato le trame più oscure della storia repubblicana.

Trame che, ancora oggi, è assai complesso districare e, probabilmente, nessuno ci è riuscito, almeno sinora.

Ma Licio Gelli fa parte di un mondo oramai scomparso.

Adesso i segretari delle logge massoniche si dimettono perché vittime di revenge porn: adescati in rete, inviano il selfie in cui mostrano le proprie pudenda alla impenetrabile indifferenza di uno specchio e lo girano ingenuamente alla controparte della liason elettronica.

Questo Licio Gelli non lo avrebbe mai fatto e non solo perché negli anni in cui ha operato la sua lunga carriera non esistevano né internet né le chat ma perché riteneva molto più eccitante il potere di qualsiasi forma di rapporto sessuale.

Due cose, però, non sono cambiate: il povero Cocci, l’avvocato pratese segretario della loggia Sagittario e candidato in pectore alle regionali per Fratelli d’Italia, proviene da una cultura politica non distante da quella di Gelli e entrambi gestivano logge massoniche di cui facevano parte personaggi di ogni genere: nel caso di Gelli, Berlusconi e Di Lorenzo, nonché molti altri, parecchi di secondo piano. Nel caso di Cocci, più modestamente, il candidato di Fratelli di Italia e il grande elemosiniere del PD pratese.

Che dire?

Non c’è più la massoneria di una volta, ma questo si capisce già dal taglio delle giacchette.

Influencer agli inferi

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27/08/2025

Gli influencer non sono reporter perché nessun giornale comprerebbe i loro contenuti e i reporter non sono influencer perché nessun consumatore comprerebbe mai i prodotti che promuovono nei loro articoli. Read more →

Santa [S]Fiducia: la democrazia delle trappole identitarie

0 Comments/ in profstanco / by Gian Luca Conti
26/02/2025

Sul piano tecnico, uno dei due rami del Parlamento ha respinto la mozione di sfiducia individuale presentata nei confronti del Ministro Santanché.

Il Ministro si è difeso sostenendo di essere il bersaglio dell’altrui invidia per i suoi tacchi, le sue borse, il suo modo di essere.

Può darsi che abbia ragione.

Ma può anche darsi che, come spesso capita a chi è accusato, la sua difesa si sia trasformata in un’accusa peggiore del capo di imputazione.

La Santanché è percepita essenzialmente come una donna di mezz’età che si veste con uno stile decisamente aggressivo, cerca, per quel che può, di mantenersi in forma e ostenta il proprio fisico.

Qualcosa che, absit injuria verbis, può essere definito come una cougar nel linguaggio di siti meno seri del Corriere della Sera ma con più visitatori.

Questa è la ragione che la rende un animale politico perché il suo aspetto, quell’abito di pelle_latex_quel che l’è, quella borsa, quei tacchi 12 è, per i suoi elettori, rappresentativo della nazione e meritevole di essere ricompreso nell’indirizzo politico di maggioranza.

Succede: quando la democrazia si trasforma perché gli organi eletti non sono più chiamati ad educare la nazione, secondo il modello di Bagehot, ma a rappresentarla, secondo il modello di Bockenforde, allora ci vediamo allo specchio e il nostro specchio ci mostra anche i tacchi 12 della Santanché.

Non è diverso da quello che succede a sinistra: che cosa fa Sara Funaro quando si arma degli opportuni utensili e scende da Palazzo Vecchio per smontare le key box? Esattamente la stessa cosa: dà vita al disagio di chi vive nella invidia di quelli che si “arricchiscono” con airbnb invece di fittare ad equo canone ai cittadini più bisognosi che sono costretti a vivere sempre più lontani dal centro in periferie che si alimentano di sogni al plasma.

In questa democrazia rischiamo di restare invischiati in una trappola identitaria perché se ciascun eletto concorre a rappresentare l’intera nazione trasformandosi in una maschera da commedia dell’arte, l’indirizzo politico non è più un consenso per intersezione guidato da valori alti. E’ una commedia.

Santa che compra borsette false per regalarle alla Pascale.

Genny che si fa illudere di essere diventato padre e finisce su tutti i rotocalchi insieme a Rosy e alla moglie piuttosto infastidita. Non si sa se per il tradimento o per il pentimento.

Michele che blocca un ristorante per pranzare con l’avvocata ambasciatrice della Puglia all’estero.

Sara con le pinze in mano che si trasforma nella vendicatrice del proletariato scacciato dal centro storico.

Etc.

Tutto sommato meglio di quello che accade dall’altra parte dell’oceano dove, per le stesse ragioni, ci si veste da Toro Seduto e si assalta il Parlamento.

Sclavi contro Tolkien

0 Comments/ in profstanco / by Gian Luca Conti
04/02/2025

L’attuale sorellanza di governo si identifica in Frodo (Giorgia), il tormentato portatore dell’anello, e Sam (Arianna), il suo fedele servitore che lo chiama Padron Frodo e non gli fa mai mancare un pasto caldo, persino durante l’ascesa al Monte Fato.

Più in profondo, si identifica nella visione di Elemir Zolla che, nella sua prefazione all’edizione Rusconi del Signore degli Anelli, uscita nel 1970, dopo che Elio Vittorini e Aldo Sereni avevano espresso un giudizio negativo per Mondadori, accenna a due modi di intendere l’antico: scimmiottarlo, ironizzando, come Mark Twain nel Cowboy alla tavola rotonda, o prendendolo sul serio fino a impregnarsi dei suoi valori.

Il Signore degli Anelli parla di un mondo diviso in due: da una parte, il male di Sauron e, dall’altra, la serenità molto benpensante degli Hobbit per i quali un caminetto e l’erba pipa sono la felicità.

Il vero protagonista del Signore degli Anelli è Sauron che vuole l’anello del potere per legare a sé uomini ed elfi ed è Sauron che giustifica l’avventura di Frodo e dei suoi compagni.

Qui, forse, sta il problema: se Giorgia Meloni è Frodo, chi è Sauron?

La Schlein? Conte? Renzi? I sindacati? La magistratura?

In realtà, Sauron non esiste perché la funzione di governo, intesa come indirizzo politico, ha come scopo trovare punti d’incontro capaci di unire tutte le forze che concorrono a comporre la nostra ancora fragile democrazia.

Eppure il Signore degli Anelli è un mito potente: nell’età del tramonto delle ideologie consente alla destra di governo di mostrare un orizzonte ideale, una direttrice di senso, per quanto più apparente che reale.

Si consiglia alle sinistre di pensarci bene.

C’è un fumetto che potrebbero adottare: Dylan Dog.

Lì i mostri, in fondo, sono buoni, basta saperli guardare.

P.s.

Taiani e Salvini lottano per Aragorn…

Nani e ballerine (Gli uffici di diretta collaborazione)

0 Comments/ in profstanco / by Gian Luca Conti
12/09/2024

Molti hanno sorriso della liason fra il ministro e la organizzatrice di eventi.

Poi ci si è resi conto che dietro quell’affare c’era un ufficio ambito dalla organizzatrice e promesso dal ministro.

Adesso ci si deve chiedere che cosa sia esattamente quell’ufficio.

E’ regolato dall’art. 14, secondo comma, d.lgs. 165/2001: il regolamento che disciplina l’organizzazione di un ministero può istituire gli uffici di diretta collaborazione del ministro che servono per interconnettere la sfera di direzione politica con la sfera di attuazione amministrativa. Questi uffici sono composti di personale che al giuramento del nuovo ministro deve essere confermato entro trenta giorni, altrimenti il rapporto decade automaticamente.

Il regolamento che si è appena richiamato dovrebbe essere ai sensi dell’art. 17, legge 400/1988 un decreto del Presidente della Repubblica, ma questa fonte è stata sostituita dal decreto del Presidente del consiglio dei ministri.

Cambia perché sul primo è necessario sia il parere del Consiglio di Stato che quello della Commissione parlamentare competente nonché la registrazione della Corte dei conti.

In ogni caso, la fuga dal decreto del Presidente della Repubblica è segnalata da tempo nella dottrina più avveduta.

Il Ministero della cultura è disciplinato dal d.P.C.M. 15 marzo 2024, n. 57 che tratta degli uffici di diretta collaborazione all’art. 32.

Possono essere nominati quindici consiglieri di elevata specializzazione a pagamento e quindici a titolo gratuito.

Il ministro Sangiuliano ne ha nominati nove a pagamento e nove a titolo gratuito.

La somma complessiva impegnata per quelli a pagamento conta 290.000 Euro.

Per gli altri, ci sono i rimborsi spese.

A che cosa servono i consiglieri?

Se il loro ruolo è quello di imprimere alle burocrazie ministeriali la forza riveniente dall’indirizzo politico governativo, è difficile capire le funzioni di un consigliere per la deontologia culturale o di quello per le tradizioni popolari, per fare due esempi.

Se, invece, il ruolo fosse quello di assicurare l’efficacia delle politiche in materia culturale facendo sì che l’azione amministrativa sia condivisa con gli esponenti del mondo della cultura, allora,  acquista un minimo di consistenza il consulente per la danza o quello per il recupero e la restituzione dei beni culturali.

In ogni caso, resta davvero difficile capire perché così tanti consiglieri al ministero dei beni culturali e solo ascensoristi a Palazzo Chigi.

Ma questa è davvero un’altra storia.

 

Campo largo, campo contro: controcanto

0 Comments/ in profstanco / by Gian Luca Conti
08/08/2024

Funaro e Giani

Il tema caldo di un agosto particolarmente caldo dovrebbero essere le meduse che infestano il mar Ligure e che impediscono di fare il bagno ai villeggianti di Forte dei Marmi e invece è la ricandidatura di Eugenio Giani come governatore della Regione Toscana.

Lo ha fatto intendere con una certa crudeltà il segretario regionale del Partito Democratico, Fossi, dapprima sul Corriere Fiorentino e poi in una intervista di Domenico Guarino su Controradio: la candidatura non deve riguardare una persona ma un programma per la Toscana del futuro e questo programma deve essere elaborato con i movimenti politici che hanno in comune una precisa scelta di campo: il campo largo della Schlein.

Fossi ha anche elencato questi movimenti: il partito democratico, ovvero la istituzionalizzazione inconsapevole delle convergenze parallele fra quello che resta del partito comunista e quello che non si è decomposto della democrazia cristiana; il movimento cinque stelle, quello di Conte; AVS, la strana combriccola di coloro che hanno votato democrazia proletaria quando avevano l’età e non sono voluti crescere; Più Europa, i nostalgici del partito di azione e i sopravvissuti alla personalità di Pannella.

Significativamente non ha indicato Renzi che, però, fa parte della maggioranza di Giani, al contrario dei cinque stelle.

La situazione è ben rappresentata dalle immagini con cui il Corriere Fiorentino ha voluto commentare le esternazioni di Fossi (Giani fa parte di un cleavage, il circolo dei canottieri, che riunisce esemplificando l’elettorato di Renzi) e la replica di Giani (se vuoi restare, Giani deve percorrere le piste tracciate da Sara_Sarà).

Il campo contro è rappresentato, ovviamente, da questa destra che vince e sa vincere perché ha una leader che dice qualcosa, che sa parlare alle persone, non solo al loro stomaco, come è troppo facile dire, ma, sembra di poter dire, anche da Renzi, avvertito come pericoloso da una sinistra che ne avverte il potenziale egemonico e ne teme l’intelligenza manovriera.

Giani è troppo intelligente per non sapere che la sua sopravvivenza politica dipende da queste manovre e che queste manovre, a loro volta, non dipendono da lui.

Ma tutto questo, dal punto di vista di un elettore preoccupato, è pressoché incomprensibile.

Per questo elettore, quello che dovrebbe contare è la Toscana del futuro, il progetto intorno al quale Fossi vorrebbe costruire il campo largo in vista delle prossime elezioni regionali e che non sembra molto diverso da Firenze plurale: tanti progetti, la FI_PI_LI, la Darsena Europa, l’innovazione intorno ai quali costruire un programma.

C’è qualcosa di stonato in questo modo di costruire le alleanze, di stonato e, nello stesso tempo, di autoaccusatorio: la Toscana del futuro di Fossi non è molto diversa dall’Italia del discorso di Stradella di Depretis. In entrambi i casi, non contano le idee, conta il trovarsi d’accordo su singoli progetti di infrastrutture, allora erano le ferrovie, oggi sono le vie di grandi comunicazione, ma non cambia niente. Il trasformismo di Depretis ha logorato la sinistra storica consentendo la nascita prima di un partito socialista forte e dopo di un movimento antagonista egemone di destra.

Ma questa lezione non viene imparata: la sinistra se vuole vincere deve tornare alle sue radici e chiedersi quali sono.

Se ha ancora un senso credere che la diseguaglianza ha un valore solo se determina un vantaggio per i meno fortunati, allora, non ha senso fissarsi sulla Toscana del futuro. La Toscana del futuro è quella che crede in questo ideale, non che lo annacqua nel campo largo.

L’ordine di pubblico di Sara (Sarà ordine pubblico?)

0 Comments/ in profstanco / by Gian Luca Conti
07/08/2024

Le cose cambiano: molto. Non più Dario che rincorre coloro che imbrattano i monumenti ma la più sobria Sara che rincorre coloro che vanno troppo forte in macchina sui viali.

Sembra impossibile: i viali di circonvallazione, perfino adesso che è pieno agosto, sono rallentati dagli infiniti e interminabili lavori della tramvia, eppure taluno – il meschino autore di questo post, ad esempio – riesce ad oltrepassare i limiti di velocità.

Di tre chilometri orari, una velocità che costa € 33,70, se paghi entro cinque giorni, home banking si fa tutto con il telefono, pochi istanti e sei contento di nuovo.

Sara mi ha scritto per posta certificata cinque volte in un mese, cinque volte € 33,70.

E’ giusto: chi viola la legge, deve assumersi le conseguenze delle proprie azioni e, d’altra parte, non c’è una legge che sanziona chi obbliga i cittadini a passare un’ora in macchina per percorrere i sei chilometri che vanno da piazza Beccaria all’imbocco della FI-PI-LI, nemmeno se i lavori dovevano essere finiti da tempo perché anche i ritardi sono multe, solo che si chiamano penali.

Non c’è la legge, ci sarebbe la ragionevolezza: se so che chi vive sui viali e talvolta esercita la propria libertà di circolazione con la sua macchina deve affrontare un calvario per raggiungere prima piazza della Libertà e dopo Porta Romana, gli metto l’autovelox alla fine del suo calvario e lo punisco se oltrepassa i cinquantasette chilometri orari dopo mezz’ora in cui non ha mai raggiunto i dieci chilometri orari?

Lo posso fare, sono nel giusto a farlo, ma forse non è troppo ragionevole.

Non è ordine pubblico: l’ordine pubblico è educazione alla legalità, è sicurezza dei cittadini, non sono le multe che fanno cassa per un bilancio comunale che ha bisogno di interventi strutturali in grado di assicurare sostenibilità al debito e giustizia sociale per i cittadini.

Ma queste sono osservazioni qualunquiste e meschine.

Meglio prendere l’autobus, oggi: lì ci sono i controllori con la polo bianco, un’altra invenzione post elettorale.

Giusto anche questo, ma in una città soffocata dal turismo, il biglietto deve essere eguale per tutti, con l’unico temperamento dell’ISEE?

Firenze plurale, per chi ci ha creduto, era l’idea di una Firenze capace di ascoltare, capace di proiettarsi fuori da Palazzo Vecchio e questo appariva molto convincente in una campagna elettorale in cui la destra cavalcava una meschina concezione dell’ordine pubblico come pulizia della città.

L’ordine pubblico, però, non sono né gli autovelox né i controllori con la polo bianca.

Quelle sono solo scorciatoie per il pareggio di bilancio, obiettivo peraltro irraggiungibile.

Tre modi di non pagare il biglietto

0 Comments/ in profstanco / by Gian Luca Conti
26/06/2023

Ci sono diversi modi di non fare il biglietto.

Il primo, classico, è di andare dal controllore, che adesso si chiama capotreno, senza che sia facile comprendere la ragione di questa metamorfosi funzionale, dirgli che non si è riusciti a fare il biglietto e pagare il supplemento (5Euro) previsto per chi fa il biglietto a bordo. Il secondo, assai più semplice, è fare il biglietto di un altro treno sulla stessa linea usando il proprio telefono e dire al capotreno che si è preso il treno all’ultimo momento e perciò si è fatto il biglietto del treno successivo. Il terzo è, semplicemente, non fare il biglietto sperando che il capotreno non svolga le funzioni di controllore cui è stato condannato dalla crudeltà dei tempi e subire con lieta mitezza la sanzione prevista per questa ipotesi: 50Euro.

Nessuno di questi sistemi vale più dell’altro.

Ma quello che veramente disturba è il ragazzotto che non fa il biglietto perché spera di non essere fermato – di solito così è – e si sperticola in scuse e richieste di perdono finché non riceve il trattamento da 5Euro invece di quello da 50.

Ho una grande comprensione per il controllore.

Meno per il ragazzotto e per chi lo ha educato. Trovo non irragionevole il calcolo delle probabilità sulla sanzione nell’affermazione della validità della norma. Cinico ma non irragionevole. Mentre il teatro della compassione è diverso: significa che la propria capacità di generare empatica pietà diventa la ragione per cui si è superiori al valore della norma perché ci consente di evitare la sanzione.

Ma colui che si erge al di sopra del diritto non era il superuomo di Nietzsche? E se è così, come in effetti è, si ha che l’essenza del superuomo è l’antitesi del superuomo, il che, considerando i risultati storici di quella filosofia, tutto sommato non dispiace neppure.

 

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