Pensieri politicamente scorretti di una bimba impertinente (Rutti)
Cena.
Non troppo seria, ma insomma.
Bimba impertinente:
–> B U U U R R R R R P
Silenzio stupefatto.
Bimba impertinente:
–> Anche le principesse ruttano…
Cena.
Non troppo seria, ma insomma.
Bimba impertinente:
–> B U U U R R R R R P
Silenzio stupefatto.
Bimba impertinente:
–> Anche le principesse ruttano…
Il diritto ad una morte lieve non può essere considerato un problema di diritto costituzionale.
Il diritto non ha parole di fronte alla sofferenza di un malato senza speranza.
Si deve fermare davanti a chi aspetta solo dolore dai giorni che lo attendono.
In silenzio ed il silenzio del diritto si chiama libertà.
La libertà di un padre che dice che sua figlia è morta da molti anni.
Da quando un incidente l’ha privata di ogni possibilità di tornare a respirare, sorridere, correre, mangiare.
Non la libertà di lasciare morire sua figlia.
La libertà di ricominciare a vivere.
Di abbandonare quell’estrema speranza che ogni padre avrebbe.
La speranza di vedere il telefono che squilla e immaginare un medico, una suora, un volontario che annuncia il miracolo.
Nessuno può essere condannato a sopravvivere aspettando il ritorno dai morti del proprio figlio.
Anche se ci vuole davvero molto coraggio ad abbandonare questa speranza.
Consueta vecchiaccia complimentosa:
– Ah come sei bella
Silenzio
– Ma come sei bionda: hai le mèches naturali
Silenzio
– Come sei carina
Silenzio
– Ma come ti chiami, bella bimbina?
Arrivederci, mi chiamo arrivederci.
Il tutto, naturalmente, senza smettere di sorridere.
Con la sua aria perfettamente nevrotica e dolcemente strafottente.
Benvenuti in casa Gori è un film.
Un film quasi incomprensibile per chi non è nato a Firenze da una famiglia normalmente plebea.
Perché è uno stato d’animo.
In cui la tristezza è un ridere sommesso e sguaiato nello stesso tempo.
Un ridere che fa parte di questa città come la tristezza coranica pavimenta Istanbul.
San Giovanni sono i fòchi.
Che sarebbero i fuochi di artificio.
Panem et circenses di produzione cinese.
Una casa per San Giovanni.
Un anziano padre ed una anziana madre che riuniscono la famiglia per vedere i fòchi.
Invitano tutti.
L’amico testimone di nozze del primo figlio.
La concubina sconosciuta del primo figlio.
Il secondo figlio.
Il suo carattere di merda.
Su tutto, una atmosfera di tragedia inelluttabile.
Appena nascosta dalle noccioline.
Esasperata dal vino caldo in una serata afosa.
Dal condizionatore a tutto volume.
La concubina è splendida.
Nel senso sguaiato e sommesso di questo aggettivo nel vernacolo quotidiano.
Se la allunga, senza poterselo permettere, si potrebbe tradurre.
Saluta come se fosse di casa.
– Sono felice che si senta a casa sua.
Che è come dire: Non è casa tua, stai un po’ al tuo posto.
L’anziano padre comincia a soffrire.
Non è uomo che apprezza le ironie.
Si parla di viaggi.
E’ stata a EuroDisney ed ha cenato con le principesse ed il principe Filippo.
– Fantastico.
Che è come dire: E chi se ne frega.
L’anziano padre porta in tavola una insalata di riso che ha visto giorni migliori e frigoriferi più efficienti.
Nessuno dice nulla.
Semplicemente si cerca di servirsi da soli per ridurre il danno.
Iniziano i fòchi.
Finiscono.
Senza riuscire a portare un’idea di spensierata fanciullezza.
Finiscono semplicemente.
Lasciando tutto irrisolto.
Come sempre.
Amaramente irrisolto.
Possiamo cambiare mia sorella?
Forse no. Perché?
Allora, lasciamola nel cassonetto [Bimba Impertinente non è ancora in grado di leggere l’adesivo del movimento per la vita che domina il portello del cassonetto].
Sei davvero birbante, non pensi che ci sia troppo cattivo odore?
A quello è abituata: con tutte le puzzette che faccio…
Mattina presto.
Ingresso dell’asilo che è anche l’ingresso di un museo.
Americana ingombrante che ostruisce il passaggio.
L’americana si sposta a destra.
Bimba irriverente cerca di forzare il passaggio a sinistra.
Non ci riesce.
Movimento inverso.
Egualmente impossibile passare.
L’ingombrante si volta:
I’m sorry
Bimba irriverente la fissa, senza alcuna dolcezza:
No.
Tu non sei sorry.
Sei grassa.
Era un bambino meraviglioso.
Sveglio.
Simpatico.
Bello come un aprile napoletano.
Suo padre era anziano.
Scoprì di dover morire.
Di lì a poco.
Lo consegnò ad un amico.
Poche parole: prendine cura, guardalo crescere, aiutalo se puoi.
Morì.
Il bambino pianse tutte le lacrime che potevano uscire dal suo viso.
Lo seppellirono.
Il bambino chiese di restare solo con lui.
Qualche attimo.
Non più di qualche attimo.
L’amico del padre lo accompagnava.
Il bambino abbracciò la bara.
Come si abbraccia la mamma dopo un incubo.
Parlò al coperchio.
Poche parole. Infantili e spezzate.
Raccontava che l’Inter aveva comprato Berti, o qualcosa del genere.
Il padre sparì.
Sepolto dai fiori di una mattina di maggio.
Adesso, è sparito anche il bambino.
C’è un ragazzotto, ben piantato.
Vestito di sartoria.
Perfetto per un aperitivo al Colle Bereto.
Un bambino come tanti.
Martedì grasso.
Torna a casa.
Pieno di coriandoli.
Contento.
La mamma ha finito di preparare il pranzo.
Un po’ torva.
E’ a dieta.
Il padre è seduto.
A capotavola.
Il posto del paterfamilias.
Tutto è quasi allegro.
Malgrado la pasta scotta: la mamma mette l’acqua a bollire, quando bolle butta la pasta, quando la pasta è cotta spenge l’acqua, quando arriva il paterfamilias – e possono essere passate anche due ore – la scola.
Ma ci sono le frittelle.
Che bello, le frittelle: arrivano le frittelle.
Il paterfamilias le addenta e fa una faccia strana.
Il bambino le addenta e fa una faccia strana.
Il bambino guarda il padre.
Il padre non guarda il bambino.
La madre guarda entrambi, minacciosa.
Nessuno dice nulla.
Tutti mangiano le frittelle di riso.
Di riso al ragù avanzato dalla domenica.
Spolverato di zucchero, però.
Si e’ parlato di trenta chili e della sua antica bellezza, chiusa dentro una malattia apparentemente insolubile.
Si sono dette molte cose su di lei e sui suoi figli, sulla loro soitudine apparentemente inarrestabile.
Forse si e’ detto troppo.
Perche’ si e’ sempre parlato solo del nostro punto di vista, del nostro sguardo, malato di nostalgia e di consapevolezza.
Esiste un altro modo di guardarla.
Un modo duro.
Che non le perdona lo sguardo progressivamente piu’ vuoto.
Che non accetta la sua incapacita’ di ridere dei giochi dei bimbi, di quegli scherzi sciocchi ed innocenti che riempiono il cuore dei genitori.
Che vede il rimprovero del suo sguardo mentre si sta perdendo e non riesce a capirlo.
Perche’ non e’ facile capire una persona che non riesce piu’ a vivere.
Non e’ facile accettare la metamorfosi inarrestabile di un corpo piegato da una malattia che e’ solo pensiero e resa.
Non e’ facile sentire il peso della sua caduta sul proprio spirito.
E allora uno puo’ pensare anche di fuggire.
Solo per un momento.
Solo per respirare. Il tempo di riprendere fiato fra due braccia che hanno la forza di abbracciare.
Perche’ non si e’ nati per trovare degli occhi vuoti incorniciati da un fuoco spento.
La resa e’ una sconfitta che non perdona.
Annienta ed annichilisce.
Si scompare cosi’. Ci si arrende alla vita. Come naufraghi che si cibano di cadaveri.
E’ uno slogan femminista degli anni settanta: quando si discuteva della necessità o meno di introdurre l’interruzione volontaria della gravidanza e la discussione si svolgeva anche sui muri delle città.
Rappresenta una delle grandi ragioni che hanno sorretto e giustificato la legge 194 del 1978, che non è affatto una legge sull’aborto ma una legge sulla procreazione consapevole.
Non è facile allora comprendere che cosa significhi una moratoria dell’aborto: la moratoria dell’aborto c’è già ed è la negazione dell’aborto come strumento per pianificare e controllare le nascite.
Fra aborto e pena di morte c’è una soluzione di continuità molto forte.
Il problema della pena di morte è il problema di uno Stato che possiede il diritto di sopprimere i suoi sudditi ed è di conseguenza l’arbitro della loro vita: uno Stato di questo genere – si può sostenere – non può essere una democrazia perché attinge all’essenza divina del potere e non può conoscere una idea moderna di cittadinanza perché è ancorato ad un meccanismo di dominio che può rammentare l’idea germanica di proprietà alle radici del feudalesimo.
Al contrario, il problema dell’aborto è un problema di bilanciamento fra le esigenze del nascituro e quelle della madre (ma anche del padre, figura assai maltrattata dalla legge 194, che forse avrebbe dovuto parlare di maternità e paternità responsabili).
E’ una questione che ricorda i bilanciamenti propri della logica dello stato di necessità: quando il diritto rinuncia a punire non perché non esista un reato ma perché quel reato non poteva non essere commesso da una persona in quelle condizioni, come era nel caso del Conte Ugolino, che forse oggi potrebbe non essere punito perché non lui ma la sua fame ha deciso di uccidere i figli.
In questa decisione, che ha una sostanza etica, lo Stato non può non arretrare: deve fornire tutti gli strumenti a chi si trova nella antipatica situazione di dover decidere, strumenti morali e culturali, ma anche certezze concrete di assistenza e di aiuto. Però lo Stato non può sostituirsi ai genitori biologici, che altrimenti farebbero quello che facevano prima della legge 194, rivolgendosi a qualche professionista privo di scrupoli che li aiuterebbe clandestinamente in cambio di un prezzo composto anche del disvalore penale dell’opera prestata.
Ferrara, come al solito, è stato geniale nel porre la questione in maniera mediaticamente suggestiva ed a renderla anche un pò ironica attraverso la provocazione del digiuno.
Ma ha, temo consapevolmente, confuso i piani di due problemi che meritano di essere considerati diversamente: il primo, sul piano del teoria dello Stato e dei presupposti della democrazia, il secondo sul piano, molto umano, delle scelte di una persona che si trova a dover fare conti con una vita che sente di non poter accogliere responsabilmente.
Quest’ultimo aspetto, forse, merita davvero di essere rimarcato: l’idea che l’aborto possa essere considerato uno strumento di pianificazione delle nascite mi pare molto sciocca.
Non credo che a nessuna donna possa venire in mente di abortire senza sentire un groppo alla gola ed avvertire un dramma che non smetterà di sanguinare per tutta la sua vita.