Lasciano una grande solitudine nel cielo
quando, d’autunno, le rondini tornano in Egitto
perché, tornando a casa,
dicono che non qui è la loro vita
Le tartarughe muoiono rilassando la corazza.
Con la silenziosa quiete che usano per esplorare il mondo delle tartarughe.
Muoiono quando i loro occhi sprofondano nelle orbite e le antiche fauci si aprono cercando ancora il tempo di un respiro.
Il loro grido è il silenzio che ha chiesto sempre e solo il sollievo di una foglia d’insalata.
Muoiono quando la loro compagna le spinge sul lato del mondo delle tartarughe per sperare che siano ancora vive, che si muovano, che abbiano un sogno leggero di tartaruga dietro quegli occhi di serpente.
Anche la morte di una tartaruga stringe il cuore. Così simile alla sua vita e leggera quanto il passo dell’uomo visto da una stella.
Pomeriggio di Sole.
Di Sole invernale.
Di quel Sole che non fa rimpiangere né l’estate né la primavera.
In lontananza, ma vicino, dall’altra parte di un fiume di macchine, una solitaria fortezza, dalle alte mura abbandonate.
Lì, molti anni fa, sono stato.
In un pomeriggio molto simile a questo.
L’aria che frizzava di tabacco e bruciava di freddo, del primo tabacco e del freddo che gli adolescenti non sentono mai.
Un pomeriggio perfetto.
Qui, proprio qui, aveva scritto qualcuno in memoria di un amore inconfessabile.
Qui, proprio qui, sono stato giovane.
Come mai più mi è capitato di sentire, quell’unico giorno in cui non si è né bambini né adulti e si vedono le stelle nel vocabolario di greco.
E’ un istante.
Un istante di fretta terribile e inutile.
Un istante vissuto nella coda dell’occhio.
Lungo come un’agonia.
Lieve come l’agonia di un santo bevitore.
Quello in cui si apre il sipario della strada, del freddo, della polvere di stelle macinata nell’asfalto, su di una vetrina.
Una vetrina di cartoleria, squallida come negli anni cinquanta.
Con dei presepi, in perfetto e adeguato tono.
Ma soprattutto un bambino, a tre passi di distanza, che lo guarda.
Con l’aria di cercare un mestiere nuovo, una figura mancante, un gioco di luci.
Lo stupore di presepio che illumina il deserto di una giornata.
Gita in carcere.
Un detenuto deve sostenere l’esame costituzionale.
Il carcere è a Porto Azzurro.
Mercoledì, sei ore di lezione.
Ovviamente di cose diverse.
All’inizio della giornata, ci si chiede se sia spostato l’asse terrestre e se siamo finiti in Scozia. Sono dieci giorni che non smette di piovere.
Alla fine della giornata, quando si è salutati con un Buonasera Professore, ci si guarda alle spalle per vedere se c’è qualcuno, perché non si sa più chi siamo.
Nessuna campana in questa Bicetre
Sospirati silenzi di linoleum disciolti in soluzione di solitudine
Odori senz’arance e collant in tronchetti senza gambe sfatte, disfatte, mai viste, mai nate forse.
Parole fatte di nulla e sete di tabacco biondo nel livellare d’un tuaccio che copre camerati a se ognuno ignoti.
Resta un sorso di azzurro in quegli occhi. Amalgamato come piombo nell’opera al nero.
In un processo molto fiorentino, quello che un tempo era considerato uno sceriffo e che poi è quasi scomparso dalla vita politica della città è stato finalmente assolto da una serie di reati che lo collegavano alle interferenze che il gruppo Ligresti avrebbe tentato di esercitare per massimizzare il valore urbanistico di un’area attorno alla quale si è scatenata una lotta fra i Ligresti, che avrebbero voluto realizzare gli edifici da destinare a sede di Regione e Provincia, i Della Valle che avrebbero voluto ottenere la disponibilità dell’area per il nuovo stadio di Firenze, considerato come città dello sport senza pagare il prezzo, Renzi che già allora (ma anche lunedì in consiglio comunale) riteneva 1.4Mln di metri cubi un pochino troppi qualunque fosse la destinazione.
Potrebbe essere un personaggio dei fumetti: Bersanillo, il politico vestito lebole che dispensa massime di saggezza contadina e perde tutte le elezioni.
Sarebbe bello se lo disegnasse Jacovitti, con i salami che escono dalle tasche.