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La satira è anche di destra

0 Comments/ in profstanco / by Gian Luca Conti
09/02/2026

Un comico di destra è stato invitato a Sanremo.

Chissenefrega, verrebbe da dire, anche se l’espressione non è politicamente corretta, soprattutto se riferita alla destra.

La sinistra insorge: ha preso in giro la Schlein, è un comico sessista, fa battute politicamente scorrette.

La Meloni ribatte che se lei viene presa in giro da Natangelo sul Fatto Quotidiano, allora Elly può essere presa in giro a Sanremo. Magari ha ragione. Magari ha ragione Renzi che osserva che farebbe meglio ad occuparsi di sanità e fisco, anche se lo stesso discorso vale per quella sinistra che ha protestato contro il comico di destra.

Il comico rinuncia all’incarico (e al cachet).

La RAI se ne esce con un comunicato in cui manifesta solidarietà per il comico che giustamente avrebbe espresso preoccupazioni per la integrità propria e dei suoi cari. Come dire: anche questo è un problema di sicurezza pubblica.

Viene da pensare che, forse, se io fossi un comico, ed essere un professore di diritto costituzionale, di questi tempi, non è troppo diverso, avrei preso le critiche di chi contesta la mia comicità troppo greve come  un motivo per dimostrare di essere capace anche di uno humour alto: vengo ma, state tranquilli, non farò nessuna battuta politicamente scorretta e dirò tutto il bene di tutti facendo ridere lo stesso.

Sono brutti i tempi in cui i giullari si autocensurano. Ma ancora più brutti quelli in cui i politici protestano contro di loro: Spadolini non ha mai accusato Forattini per averlo rappresentato come un salume. Vale per la Meloni, vale per la Schlein.

Tuttavia non è vero che la satira è solo di sinistra.

Basta leggere lo schema del d.l. sicurezza: l’art. 17, intestato Disposizioni in materia di accertamenti concorsuali e di requisiti per l’accesso ai ruoli e alle carriere della Polizia di Stato, stabilisce che gli appartenenti ai ruoli della Polizia di Stato che esercitano funzioni di polizia (evidentemente ci sono dei poliziotti che fanno altro) e gli allievi dei corsi di formazione per l’accesso ai ruoli della Polizia di Stato che partecipano a concorsi, interni o pubblici, per il passaggio o l’accesso ai ruoli e alla carriera superiori della Polizia di Stato non sono sottoposti agli accertamenti dell’efficienza fisica e, per la parte già effettuata all’atto dell’accesso ai ruoli, agli accertamenti psicofisici.

In pratica, se si capisce bene, in un provvedimento di urgenza collegato al bisogno di far fronte alla straordinaria emergenza collegata ai fatti dell’Askatasuna, è finita, insieme a molte altre, anche una norma provvidenziale per il personale della Polizia di Stato.

Un poliziotto, una volta che, a diciotto anni, più o meno, ha superato il test di efficienza psico-fisica rimane perfettamente sano e in perfetta forma per tutta la sua vita lavorativa e non c’è più bisogno di ripetere questo accertamento ogni volta che fa un concorso interno per salire di grado.

Viene da chiedersi perché non anche i Carabinieri, la Guardia di Finanza, le Guardie Forestali, i Vigili del Fuoco, la polizia urbana e quella venatoria? Che differenza c’è?

E cosa c’entra con l’Askatasuna una norma che crea una stirpe di superuomini, i poliziotti, che resistono alle offese del tempo.

Anche la destra fa satira, solo che la fa con i decreti legge, e questa è la satira che il paese si merita.

L’Askatasuna di Calvino e Pasolini

0 Comments/ in profstanco / by Gian Luca Conti
02/02/2026

Erratiche divagazioni intorno a urbanistica e proprietà

Da  una parte, la Presidente del Consiglio: aggredire un celerino – che si era perso con la sua squadra perché non conoscevano lo stradario di Torino, così il Soprintendente sul Messaggero di oggi ed è caduto in una imboscata anarchica – è un tentato omicidio.

Dall’altra parte, Manifesto e Fatto Quotidiano: fa notizia il poliziotto aggredito ma non altrettanto accade per i manifestanti che pure sarebbero stati malmenati dalle forze dell’ordine, alcuni dei quali non avrebbero ricevuto soccorso.

Fin qui, la cronaca che, come sempre in questi casi, ricorda la polemica fra Pasolini e Calvino: si deve stare con la polizia, anche  nella sua espressione più muscolare, o con i manifestanti? Ordine pubblico o libertà di manifestazione del pensiero, secondo Pasolini; un insanabile frattura fra classi, in cui il proletariato è rappresentato dalla polizia, secondo Calvino.

Sono discorsi vecchi: non ci sono più muscolosi celerini che esercitano in maniera innocente il mestiere che il destino gli ha imposto per sottrarsi alla disoccupazione e non c’è molta libertà di manifestazione del pensiero in gruppi di anarchici che si organizzano per tempo nello stesso modo in cui i tifosi preparano gli agguati ai seguaci della squadra avversaria.

Così è antipatico sostenere che una occupazione è legale perché mancano spazi pubblici e che, perciò, non si può procedere allo sgombero.

Come è profondamente ingenuo pensare che lo sgombero di un centro sociale come Akatasuna non generi disordini e sommosse. La facilità con cui si è riusciti a sgomberare il Leonkavallo è il frutto di una geniale gestione della vicenda da parte delle forze dell’ordine e il genio non è mai la regola.

L’interrogativo, perciò, non riguarda queste analisi che sono abbastanza scontate. Riguarda il senso delle occupazioni: le occupazioni invadono degli spazi abbandonati, concorrono, per un certo periodo, alla loro valorizzazione evitando l’assoluto degrado dell’abbandono, poi, a un certo punto, perdono di forza vitale e diventano un problema.

Se è così, il problema delle occupazioni è al loro inizio: nel momento in cui un determinato spazio perde la sua utilità sociale, quando la fabbrica viene abbandonata.

Nello stesso tempo, il problema delle occupazioni è che ci sono delle esigenze sociali che il mercato immobiliare non può soddisfare per sua natura e che il Comune non riesce a gestire perché sfuggono ai meccanismi della rappresentanza che consentono l’emersione degli interessi attraverso la politica: un centro sociale non è un asilo nido non tanto perché ci vanno dei ragazzi con i capelli lunghi, i cani grossi e le treccine, per semplificare, quanto perché le giovani madri hanno una rappresentanza politica che consente ai loro interessi di emergere mentre i ragazzi dei centri sociali, no.

O almeno non nel momento in cui avviene l’occupazione perché dopo anche i centri sociali diventano serbatoi di voti, come tutto.

Questa problematica si muove su due piani: il primo è il fallimento della urbanistica. Dove c’è un centro sociale l’urbanistica ha fallito perché una funzione di cui quella società civile ha bisogno è risolta illegittimamente attraverso una occupazione abusiva.

Il secondo riguarda la proprietà: i centri sociali nascono, sempre, dall’abbandono di uno spazio e uno spazio abbandonato non può essere proprietà individuale perché nessuno merita di possedere ciò di cui non ha bisogno.

E’ la riflessione, secolare, sulla manomorta.

Il resto viene tutto da qui ed è triste che la caduta del fallimento della politica siano le aggressioni alle forze dell’ordine e la perdita di spazi destinati alla socialità di chi è escluso dal mercato immobiliare.

Quello che non si può dire (a proposito di Israele)

0 Comments/ in jusbox / by Gian Luca Conti
29/01/2026

Se si scrive un post, interrogandosi su un genocidio, perché si tratta di un genocidio, e chiedendosi in che misura le categorie usate da Arendt per spiegare un diverso genocidio siano ancora attuali, le letture sono pochissime, i like ancora meno e questo non ha importanza.

Se si partecipa a una trasmissione radiofonica cercando di spiegare gli stessi concetti, i commenti degli ascoltatori fanno pensare: non si può parlare male di Israele, non si può dire chiaramente che qualcosa non funziona, non ci si può chiedere se questo qualcosa sia una speciale forma di banalità del male.

Non lo si può fare perché un diffuso complesso di colpa lo impedisce?

Anche questa spiegazione è banale: Israele non è un complesso di colpa. Israele è un modello culturale: è, nello stesso tempo, ciò che resta di una cultura straordinaria, lo sviluppo di una idea politica pressoché incomunicabile: il sionismo, e, oggi, il trionfo della banalità del male.

E se ne deve parlare perché dentro Israele c’è molto da capire per comprendere il futuro dell’occidente.

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