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Lo storico alla fine dei tempi

0 Comments/ in profstanco / by Gian Luca Conti
03/01/2022

Il mestiere dello storico è ricordare il passato perché noi siamo fatti di passato e solo il passato consente di costruire il futuro.

Per uno storico non è vero che la storia insegna solo che non insegna niente. La storia insegna che gli uomini sono riusciti ad essere migliori. Ci sono sempre riusciti.

Ma anche lo storico arriva davanti alla fine dei tempi. Come un rabbino che aspetta in sinagoga il treno della deportazione.

Allora allo storico non resta che cancellare il passato. Bruciare la sinagoga. Lasciare che il futuro non abbia un passato alle sue spalle.

Questo si fa davanti alla fine dei tempi.

Si brucia il passato.

Futili respiri

0 Comments/ in profstanco / by Gian Luca Conti
15/12/2021

Non c’è motivo per nascere. Nessun motivo per imporre l’assurda complessità della vita a un gruppo di atomi e di molecole. Nessun motivo quando il faticoso insieme di esperienze ed emozioni che l’intelligenza della specie ha saputo specializzare in un individuo diventa un rifiuto catalogato dal codice dell’ambiente.

La vita è un imprevedibile calendario dell’avvento in cui l’ultima finestrella è una gita alle pompe funebri.

In ognuna di queste caselle, appare tutta la sua futilità. La futilità del respiro, del cibo, del sonno, dell’orgasmo.

Tutto è futile perché non vi è niente che non sia univocamente predestinato alla morte, a quell’esito che cerchiamo in ogni istante di dimenticare. Le due leggi fondamentali con cui l’ironia di un Dio immaginato da Schopenhauer ha programmato la sua razza eletta perché ci vuole ironia per costringere a vivere dimenticando la morte.

E questo triste calendario dell’avvento ha ogni giorno la sua sorpresa, sempre diversa per farci fare un altro passo in questo continuo dimenticare che è il vivere degli uomini.

Un dimenticare che ha le sue pietose regole. Prima di ogni altra quella per cui ogni uomo può decidere fino a quando. Fino a quando posso continuare a dimenticare il mio destino?

E con la vecchiaia si chiede sempre un giorno in più. Non so pensa che la vita non meriti di essere vissuta senza camminare, senza riuscire a mangiare con appetito, senza la gioia di riuscire ad ascoltare chi ci parla, senza la felicità di un sorso di vino o l’allegria di un ricordo vivo.

Sembra di poter vivere solo per respirare, pare che un sorso d’aria basti all’anima per dimenticare l’unico dono di Dio, quello che toglie tutti gli altri, che rende vano l’aver vissuto.

Per lui, però, non è stato così.

C’è stato un momento in cui ha deciso di smettere di dimenticare, un momento esatto e quel momento è stato fra le mie mani.

Perché ogni volta che, nella sua lunga agonia, in questi dieci giorni che sono passati da quando ha cominciato a smettere di respirare, gli prendevo la mano, lui la stringeva con forza. Con la forza delle mie figlie quando imparavano a camminare. Poi, un giorno, improvvisamente, quella mano ha perso forza. Mi ha abbandonato.

Ecco, non si vive dell’arida gioia di respirare, che era l’unica cosa rimasta alla stanchezza del suo corpo, si vive della gioia di una stretta di mano, di un contatto umano, della felicità di un figlio ritrovato.

In quell’ultimo e terribile istante in cui dopo averlo tante volte salutato, spesso sbattendo la porta come in una parabola che dispiace scrivere, ero tornato solo per dirgli che mai avrei desiderato un padre diverso da lui.

Quest’ultima gioia spero gli sia stata compagna in quel viaggio che per lui era certezza di risurrezione e che per me è descritto da un catalogo allegato al codice dell’ambiente.

Gli ultimi istanti

0 Comments/ in profstanco / by Gian Luca Conti
13/12/2021

Non c’è da dire niente negli ultimi istanti di vita di un uomo.

Gli si sussurra quello che vorremmo fosse il nostro saluto nella speranza che ci possa sentire.

Gli si racconta di una leggenda indiana secondo cui sono i figli che scelgono i loro genitori prima di nascere, scelgono da quale ventre uscire e quale soffio di vita li animerà.

Gli si dice che si ricorda quel momento, quel momento in cui lo abbiamo scelto come il miglior padre che si potesse mai avere.

Gli si dice tutto questo, sperando che ascolti, mentre le sue dita stringono ancora le nostre e ci ricordiamo di quando ci ha insegnato a camminare e lo abbiamo scelto, ancora una volta, come il miglior padre che si potesse avere; di quando ci ha accompagnato a scuola, il primo giorno, con il grembiule nero e la goletta bianca; di quando ci ha comprato tre bic extrafini per il primo esame al quale abbiamo preso il massimo dei voti; di tutte le passeggiate che abbiamo fatto perché a lui piaceva camminare e a me piaceva parlare con lui del futuro; del fatto che niente di quello che abbiamo costruito lo avremmo costruito se non avessimo avuto la sua impronta a guidare i passi sul sentiero.

Gli si dice che nessun errore è stato davvero un errore, che sappiamo che ci ha voluto bene in ogni istante della sua vita e che non abbiamo mai smesso di pensare che fra tutti i padri, quel giorno, in cui lo abbiamo scelto, abbiamo scelto davvero il migliore.

Senza piangere, senza piangere, senza piangere perché a lui non sarebbe piaciuto.

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