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Chi li ha sciolti? (stivaletti)

4 Comments/ in Senza categoria / by Gian Luca Conti
08/11/2007

Fra le cose più orrende che si possano vedere, vi sono, senz’altro, gli stivaletti da uomo.
Quegli orrendi oggetti che si bloccano al principiare del polpaccio e che sono sostenuti ai lati da degli elastici.
Di solito, sono completati da orrendi calzini che li superano appena, al termine di un personaggio che comincia con dei capelli nati da un frantoio: il genere di capelli che torna comodo in questi tempi, quando il loro titolare può strusciarsi il pane in testa se vuole una bruschetta.

Haka

0 Comments/ in Senza categoria / by Gian Luca Conti
07/11/2007

Ho giocato a lungo a rugby.
Davvero molto tempo.
Ho coperto quasi tutti i ruoli.
Ho cominciato in mischia: ero un bambino grassottello ed il mio peso – finalmente – serviva a qualcosa.
Sono cresciuto e sono diventato un tre quarti magro, un buon secondo centro, un estremo con un bel senso del tempo e capace di giocare nei raggruppamenti veloci.
Una visita più accurata delle altre mi ha fatto smettere.
E’ stato difficile.
Penso spesso all’Haka degli All Black: c’è il sole, c’è il sole: oggi è uno splendido giorno per morire, dicono in una versione meno recente di questa.
Soprattutto penso a quello che ho imparato giocando: pensa, pensa al gioco e resta lucido, anche se il tuo avversario molto più grosso di te sta correndoti incontro e tu vorresti tanto pensare solo ad evitare l’impatto.
Ad allontanare il momento in cui la tua schiena sentirà il suo peso e si piegherà, lasciandoti senza fiato, il viso nascosto nell’erba. 

Vicino al nulla

4 Comments/ in Senza categoria / by Gian Luca Conti
07/11/2007

Mi è capitato di trovarmi davvero molto vicino al nulla.
E’ stato molto tempo fa.
Una giornata di inverno, mare formato, vento teso.
Buia, come sono le giornate di inverno, quando non conoscono il sole e le nubi si accavallano l’una sull’altra.
Ero in barca.
La barca correva, come sa correre in una andatura portante, bassa sull’acqua, alta sull’onda.
Indossavo una cerata scura: non ho mai amato le cerate vivaci. Le trovo stancanti. Lo so, se cadi in mare, ti vedono meglio, ma a me piace andare in barca da solo e se cado in mare comunque nessuno può vedermi.
Quella volta non ero da solo.
Decisi di lasciare il timore per regolare meglio la rotaia del genoa che si era incastrata.
Mentre cercavo di regolare la vela, in equilibrio precario, un’onda più birbante delle altre mi ha fatto cadere in mare.
Ho cercato di riprendere la superficie prima possibile, appena ho tirato fuori la testa dall’acqua, ho subito cercato la barca.
Ma era già lontana.
Vedevo solo l’albero.
E sapevo che nessuno, di conseguenza, mi poteva vedere.
Mi sono guardato intorno.
Il nulla del mare di inverno.
Nemmeno la costa.
Ho provato a nuotare ma non era facile.
La corrente mi portava ancora più al largo.
Mi sono lasciato trascinare, nuotando il minimo per restare più o meno dove ero.
Senza punti di riferimento.
Il tempo ha iniziato a scorrere.
Nella consapevolezza, assoluta, che nessuno mi avrebbe potuto recuperare prima che il freddo facesse il suo mestiere, donandomi il sonno.
Ed ho cominciato a pensare.
Un unico pensiero: si è fermato il tempo, non riesce a passare, qui rischia di durare davvero a lungo.
Si, ho pensato solo che sarebbe durato una infinità di tempo.
Finchè non ho intravisto la barca che stava tornando indietro.
A vela.
Un bordo dietro l’altro.
Come deve essere per coprire il maggior arco possibile di mare.
Si avvicinava.
Mi hanno visto.
Hanno fatto un bordo, e dopo un altro, per passarmi sotto vento in cappa, quasi immobili.
Ho alzato un braccio.
Afferrato una cima.
Mi sono issato a bordo.
Tremante.
Infreddolito.
Un sapore nuovo in bocca.
I miei amici che piangevano: nessuno pensava che sarebbe riuscito a ritrovarmi.
Era passata mezz’ora.
Mezz’ora fatta di nulla.
Mezz’ora accanto al nulla dura davvero molto a lungo.

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