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Moana (Ancora addio)

0 Comments/ in profstanco / by Gian Luca Conti
01/11/2021

Moana Pozzi è un VHS sgranato dal ricordo manuale di un adolescente a cui non piaceva il calcio.

E’ stata bella, bella e troia, in un tempo in cui gli uomini potevano essere maiali restando gentiluomini e le donne a cui piaceva il sesso erano ancora puttane.

Ha fatto del suo essere porca un mestiere e ha saputo vivere quel tempo rivendicando il diritto di poter provare piacere nel fare cose che le altre donne potevano fare solo con mariti sovrappeso in letti stanchi di lenzuola che sapevano di sudore, calzini e canottiere Cagi anche d’inverno.

I suoi uomini sono stati giocattoli. Sex toys, non gigolò. C’è una soluzione di continuità fra questi due concetti: il gigolò è un uomo che sa dare piacere mantenendo la sua ars amatoria collegata allo spirito, che ha trovato una donna che gli chiede di essere amata anche se per finta, che gli chiede di essere accompagnata a cena e fatta sentire come ci si può sentire con un uomo che sa essere elegante prima di essere scopata da quello stesso uomo, che non indossa né calzini né canottiera, il toy boy è un uomo che dà il piacere che la donna gli viene chiesto da una donna che si domanda se la sua attrezzatura manterrà le promesse.

Tardelli, Craxi, gli altri uomini con cui si dice che sia stata – ma non lo si sa e non sarebbe da gentiluomini saperlo – hanno provato la terribile angoscia che si prova quando si incontra una donna come lei.

Il sesso fine a se stesso, il sesso che si consuma per piacere, il sesso senza altro che il sesso, il sesso che diventa competizione perché si sa di non essere soli fra quelle gambe, che quelle gambe sono come il cielo stellato: un multiverso che ospita mille uomini contemporaneamente anche se provengono da tempi profondamente diversi, è pura angoscia.

Lascia amarezza, solitudine e rabbia perché un uomo, se è un uomo come Craxi, o come Tardelli, un uomo che ha una vita oltre ciò che separa le gambe dal busto, pretende che la sua vita sia apprezzata insieme alle virtù amatorie, pretende che le sue capacità fisiche diventino una esperienza erotica unica perché la donna che sta amando è capace di sentirle insieme a tutto ciò che quell’uomo ha costruito con la sua vita.

Moana ha saputo separare il cazzo dalla storia individuale dei suoi amanti e non deve essere stato facile per loro sentirsi paragonati a ometti che erano solo giocattoli, ma giocattoli molto più perfetti per Moana di loro, perché a una donna come Moana piace essere portata a cena in un locale elegante, piace leggere un libro impegnato, discutere di musica e ricordare il tempo in cui suonava il clavicembalo ma dopo avere fatto tutto questo torna Moana e cerca il suo piacere.

Lo sa separare dalla sua intelligenza e questo per un uomo intelligente diventa un paragone insostenibile perché mette in dubbio tutto quello che ha saputo costruire, con l’intelligenza e la cultura e non con il pisello.

Moana racconta molto al mondo delle pari opportunità. Dice che non solo gli uomini possono essere maiali restando dei gentiluomini, come quando si ritrovavano nelle case chiuse e le case chiuse assomigliavano al Circolo Canottieri Savoia o allo Yacht Club Italiano perché il pianoforte era suonato da Satie, ma anche che le donne possono essere puttane restando delle signore.

Anche se forse il mondo delle pari inopportunità che ci piacerebbe costruire è un mondo in cui le donne rinunciano a essere puttane e gli uomini non vogliono essere il verro padrone del recinto delle maiale.

Un mondo in cui una donna non è un corpo che dà piacere ma un anima che riempie il corpo mentre riceve piacere da un’altra anima, così lontana finché non diventa così vicina da essere orgasmo, ma non l’orgasmo meccanico di un giocattolo, ma l’orgasmo pneumatico di due psiche che riempiono i corpi – e questo, forse, si potrebbe scrivere solo nel greco antico di quegli intellettuali che avevano rinunciato al genere delle pari opportunità per parlare di corpi e anime, di veneri celesti e veneri pandemie.

Vale la pena ricordare Moana, racconta bene lo spirito di quegli anni in cui l’amore è stato liberato dalla Democrazia Cristiana, ma solo se serve per capire che l’amore di Moana era una cosa terribile, per lei e per gli altri, che le donne come lei sono una maledizione per chi le incontra e per loro stesse che si incontrano ogni giorno e ogni istante.

Moana ha avuto la fortuna di morire giovane, di non conoscere il tempo in cui le donne diventano secche e si asciugano, di non vedere le proprie rughe nascoste da un trucco intelligente ma che rifioriscono come la ruggine che si può lavare ma torna sempre perché il ferro quando è ossidato non è più ferro.

Se fosse stata vecchia, forse, ci piace pensare così, avrebbe fatto sua la filosofia di queste righe: un boudoir non è solo un boudoir, è prima di tutto un talamo e quello che c’è nel boudoir sfiorisce nelle rughe che rifioriscono come la ruggine sotto il trucco sapiente della penombra, mentre ciò che si è costruito nel talamo trova in quelle stesse rughe il calore di una poesia di Yeats.

Ma questo è ottimismo perché – di solito – le donne come Moana non leggono Yeats, non sanno nemmeno chi è.

Uno sventurato volo pindarico (La verità del Sole)

0 Comments/ in profstanco / by Gian Luca Conti
27/10/2021

Pindaro ha sognato a lungo di volare.

Di staccare i piedi da terra e conoscere il cielo da vicino.

Perché chi ama il volo vuole vedere le stelle, avvicinarsi alla sostanza dei sogni, vivere dove si può toccare il Sole.

Pindaro si era innamorato del Sole, del suo calore, della dolcezza con cui scioglie la brina dopo una notte di Primavera.

Suo padre gli ha regalato la possibilità di avvicinarsi al Sole.

Come un padre che permette ai figli di realizzare i loro sogni.

Il Sole, però, è diverso da come Pindaro lo immaginava. Non scioglie la brina. Non scalda le ossa dopo una notte di mare, pioggia e vento.

E’ calore rovente che brucia le ali e che schianta Pindaro. Lo riporta a terra, ossa spezzate da un sogno.

La verità del Sole è che brucia chi vuole guardarlo negli occhi.

Il cambio di stagione

0 Comments/ in profstanco / by Gian Luca Conti
17/10/2021

Ricordi quando – ogni notte – non riuscivi a dormire da sola e venivi nel nostro letto? Lo scaldavi con i tuoi sogni che attraversavano il cuscino per diventare la nostra felicità.

Il mattino era un bacio lieve come il ponente del mattino dopo una notte afosa per svegliarti mentre facevi finta di dormire.

Lo ricordi adesso che ti alzi con Spotify, che la tua camera è chiusa ogni sera, vai a letto dopo di noi senza passare dalla nostra camera, che ti incontro mentre ti prepari la colazione da sola ed io esco di casa sentendomi un ladro perché non ti ho svegliata né guardata mentre facevi finta di dormire?

Anche questo è un cambio di stagione: è arrivato il momento di riporre i vestiti dell’estate, non è più tempo di lino e si controlla che il tweed non sia tarmato, che i pantaloni di vigogna non scoppino per il troppo vino dell’estate.

Ti osservo con la tristezza con cui si guarda l’estate che svanisce, sperando in un’ultima giornata di Sole, cercando nella Tramontana il ricordo dello Scirocco.

Ti vedo e penso che anche questo è un cambio di stagione: doloroso come tutti i cambi di stagione, ma – mi dico – i frutti dell’Autunno sono più avari dei doni dell’Estate. Più avari ma molto più dolci.

E ti sorrido stringendo dentro di me il ricordo dei tuoi sogni quando mi arrivavano attraverso il cuscino e non riuscivo ad addormentarmi perché preferivo perdermi ad accarezzarti con gli occhi senza fare rumore.

A night in Tunisia

0 Comments/ in profstanco / by Gian Luca Conti
17/10/2021

Quella notte e il delirio ossessivo che l’ha preceduta

Il nulla indossava il berretto a sonagli dei giullari a custodia del multiverso

Libertà (mediocre) smarrita in un recinto di maiali urla, si incazza, sguazza in sangue asciutto di menopausa

Tutte le parole che millantavano uno sguardo capace di vedere spariscono

Trucchi di illusionista, pietà di occhi, commiserazioni e autocommiserazioni che si sciolgono come lacrime su di una lastra di ghiaccio

Non resta più di quello che si vede se si guarda un gabbiano negli occhi.

Prima della burrasca

0 Comments/ in profstanco / by Gian Luca Conti
26/09/2021

Prima della burrasca, ci sono stati baci e carezze.

Non avevano il sapore della burrasca. Non c’era metallo in quei baci e in quelle carezze.

C’erano pianti e stupore.

Prima della burrasca, i baci hanno iniziato a sapere di piombo, a lasciare il sapore di sale delle lacrime sulle labbra.

Ma era ancora prima della burrasca.

Perché poi sono diventati amari come il sangue, flebili come sabbia, fatti del silenzio che non capisce e delle parole che feriscono.

Lontani, sempre più lontani.

Una oscena ossessione ha occupato tutto il cielo ed è piovuta con il peso battente di un meteorite mentre il cuore si è rassegnato a un inverno senza speranza di Sole.

Al mediocre inverno di un saluto soffocato da lacrime di cieco.

Come un tramonto orfano

0 Comments/ in profstanco / by Gian Luca Conti
24/09/2021

Il tramonto del Sole ha il sapore del sangue.

Anche senza Wagner o Strauss, è sinestesia.

La Luna muore con più dolcezza.

Perde colore. Come una voce che si allontana. Un ricordo che sbiadisce. Una nostalgia che ignora il rimpianto.

Nessuno merita di morire come questa Luna sporca uccisa dal dolore della pietà.

E dopo la prima morte non ce ne sono altre.

Ci sono solo pagine che ricreano quella ossessione negli anfratti in cui è evaporata, Sole dopo Sole, Luna dopo Luna. Notti e giorno saldati dall’ombra.

Resta il Tramonto. Orfano di Albe.

Ossessione

0 Comments/ in profstanco / by Gian Luca Conti
19/09/2021

I sogni tornano mentre la vita sfugge.

L’ossessione è un tormento continuo, infaticabile, conquista ogni centimetro della mente, la riempie, la svuota, la gonfia come sperma in utero putrefatto.

La tua ossessione.

Non la mia.

La mia era solo un romanzo da scrivere con le tue parole.

Point Zero

0 Comments/ in profstanco / by Gian Luca Conti
15/09/2021

Lutto di futuri scomparsi.

Dolore di prefica per i domani racchiusi da una bara.

Frangore di naufragi a venire.

Oscurità di pire che danzano nella notte.

Il passato è la solitudine che resta quando il futuro è scomparso nel suo estremo punto di fuga.

Doppio sogno

0 Comments/ in profstanco / by Gian Luca Conti
12/09/2021

Quello che resta non c’è più: una manciata di sogni vomitata dalla verità.

Parole sprecate nella pattumiera del tempo.

Crudeltà, compassione.

Cattiveria raffinata, i suoi occhi.

In cui avresti voluto essere amato, che splendono di altre immagini, altri sogni, altri domini.

Doppio sogno è sudicio suicidio.

Nessuna allegria in questo naufragio.

Solo relitti e desiderio di abisso.

Un sogno sul ponte

0 Comments/ in profstanco / by Gian Luca Conti
08/09/2021

I ponti appartengono al Diavolo. E’ il Diavolo che li costruisce. Chiede l’anima in cambio o il sacrificio di una vergine.

Il Diavolo unisce luoghi distanti e irraggiungibili, il viaggio è un luogo perfetto per perdere la propria anima.

Eppure senza ponti, i cuori restano distanti e non esiste solitudine più profonda delle otto miglia che separavano le pievi del Medioevo.

Profonda, gretta ed egoista.

I ponti sono necessari per liberarsi dalla schiavitù e il Diavolo aspetta gli schiavi che vogliono fuggire.

Gli offre la libertà più facile: scendere con il loro collare nel più profondo dei pilastri e restare lì, inchiodati a ciò che gli impedisce di essere liberi.

Il mio sogno è uno schiavo che in mezzo al ponte ha il coraggio di sfilarsi da solo il collare e gettarlo nel fiume.

Essere finalmente libero.

Ma so che non è facile perché, in fondo, ogni schiavo possiede il proprio padrone con tutto ciò che il suo padrone non potrebbe fare senza di lui e ne è felice.

E’ felice dell’intelligenza che si fa collare, del vizio che lo carezza, come un cane nelle mani che morirebbe se non trovasse e per il quale la peggior punizione è l’assenza di chi lo ha saputo addomesticare.

L’arte di addomesticare non è di tutti. E’ un’arte egoista. Un’arte che pensa di meritare l’incondizionata adorazione di un’intelligenza animale. Pochi sanno addomesticare un cane fino a farlo tornare randagio, anche se quella era la sua natura.

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