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Archive for category: profstanco

Le api di Ferdinando

0 Comments/ in profstanco / by Gian Luca Conti
13/02/2025

Più o meno due volte alla settimana, apro il mio cassetto delle pipe, ripongo la pipa che ho usato sino a quel momento e ne prendo un’altra.

Non sono mai stato capace di contare le pipe che possiedo.

Ognuna di esse racconta un periodo diverso della mia vita e sono ordinate da sinistra a destra, a sinistra quelle che oramai appartengono al passato, Brebbia, Savinelli e Peterson: pipe che sono state caricate persino con tabacchi cavendish, come l’Amphora Black, lo Sweet Dublin e lo Skandinavik, ma anche il Clan.

Nell’area di centro sinistra la mia collezione di Dunhill, pipe che hanno accompagnato tutta la mia vita, dalla prima che mi fu regalata dal padre di un mio amico prima di morire, alle altre che acquisto con parsimonia e costanza. Queste hanno iniziato a vivere con il Virginia n. 8 di Sasjeni, ancora oggi un tabacco per il quale provo una ferma nostalgia, hanno assaggiato la miscela di Royalty e Aperitif, a lungo la mia miscela preferita, il Baby Bottom, il Three Nuns.

Al centro Rinaldo, Radice e Caminetto: le pipe della mia gioventù di procuratore legale. Queste hanno provato l’Half and Half, il trinciato Italia, lo Standard Mixture (medium, non mild), il Nightcup e talvolta l’Early Morning.

A destra, Castello: come Dunhill hanno accompagnato tutta la mia vita e, qui, adesso, fumo più spesso la mia ultima miscela (1 parte di Nightcup, 3 parti di trinciato Italia, 1 parte di Kentucky in purezza, una quantità omeopatica di foglie di avana).

Le guardo e non so mai quale scegliere, né perché la scelgo: solitamente prediligo una dritta se fumerò fuori casa o una semicurva se fumerò principalmente nel mio studio.

Adoro le mie pipe e so che parlano di me: non sono capace di contarle perché contare è un modo di esprimere il possesso. E’ il Paperone di Topolino che conta e riconta il proprio numerario. Quando si possiede si è posseduti e io odio perdere la mia autonomia. Preferisco pensare che ogni cosa che possiedo abbia una vita propria e abbia deciso di passarne una parte con me.

Soprattutto queste pipe ciascuna delle quali è stata acquistata con l’ambizione di trasformare un vizio in arte.

Che, in fondo, è il modo con cui mi piace vivere.

I pensieri scomposti di Bimba Piccola (Linea rossa)

0 Comments/ in profstanco / by Gian Luca Conti
12/02/2025

Bimba Piccola, che non è più troppo piccola, ha una grave insofferenza per una sua professoressa.

Questa interpreta le storie che insegna come se ne fosse la protagonista e racconta la propria vita come se fosse una storia da insegnare.

La conseguenza è che i compagni di classe di Bimba Piccola hanno compreso il punto debole della loro insegnante e nelle interrogazioni piuttosto che nei compiti ne fanno tesoro: loro non commentano la storia di Paolo e Francesca, raccontano il grande amore della loro docente per la quale il marito ha abbandonato moglie e figli del che la docente si vanta pubblicamente. E così via.

Lei, ovviamente, no: per lei, Paolo e Francesca appartengono all’età di Dante e devono essere compresi a partire da quella esperienza storica.

Lo fa malgrado sia perfettamente consapevole che il suo studio è molto più faticoso di quello dei compagni e che i suoi voti saranno inferiori, anche perché è stata bravissima a far comprendere alla sua docente che la considera come la considererebbe suo padre il quale, però, ha abbastanza mestiere da non far facilmente intendere quel che pensa.

Bimba Piccola rivendica questo suo atteggiamento affermando di non voler essere una “ruffiana” e di disprezzare con tutto il suo cuore i suoi compagni che, invece, sono capaci di quella piaggeria così caratteristica dell’Italietta borghese, fascista e democristiana censurata da Pasolini (ma difesa da Calvino).

Ne dovrei essere orgoglioso, penso anche se questo pensiero mi suscita una nota stonata che archivio come zanzara quando si cerca di prendere sonno.

In effetti non lo sono perché non sono stato capace di insegnarle la sottile linea (rossa? Conrad è una malattia degli occhi: dopo averlo letto, vedono tutto in una dimensione diversa) che divide la piaggeria italiota dallo spirito di leale osservanza caratteristico di ogni rapporto gerarchico preso sul serio.

Ma anche questo pensiero non mi rende soddisfatto: non sono arrivato al profondo della mia insoddisfazione.

In realtà (verum enim vero, avrebbe detto taluno che non avrebbe dovuto incontrare Kazantzakis sulla sua strada) non le ho saputo insegnare la forza (oscura) della empatia: chi sa essere prontamente empatico con il suo interlocutore acquista una forza straordinaria che gli può permettere di ottenere tutto ciò che desidera senza alcuno sforzo.

Il lato oscuro della empatia non può essere attratto nel giudizio negativo che merita la piaggeria perché ne merita uno ancora peggiore: non c’è niente di onorevole nel considerare una persona come una marionetta i cui fili sono le sue più intime fragilità.

Finalmente sorrido: Bimba Piccola è capace di rifiutare esattamente questo aspetto del malato mestiere di vivere cui un infelice dio ci ha dannati.

E questo è molto più che non essere ruffiani.

I pensieri indisponenti di Bimba Impertinente (Carnagione)

0 Comments/ in profstanco / by Gian Luca Conti
11/02/2025

L’acquisto degli occhiali nuovi non è facile per niente.

Sono tutti difficilissimi da indossare e, soprattutto, sono belli sul tavolo dell’ottico e brutti nello specchio, oltre che straordinariamente costosi, com’è ovvio e come deve essere.

Li prova, si guarda, li mette da parte e li riprova.

Il padre si stropiccia le mani con lo stato d’animo di uno che viene interrogato a fisica quando si era preparato su greco.

Non si piace.

Lo confessa dopo qualche giorno: la carnagione ha subito un assalto di ormoni e le è passata la voglia di uscire con gli amici.

Resto senza parole: mi sono preparato per greco…

Se mi fossi preparato per la materia giusta, mi piacerebbe dirle che il segreto della sua bellezza sono gli occhi, che gli occhi cambiano la faccia di tutti, che se guardo le fotografie di quando era piccola – e mi capita spesso – non mi sembra lei perché la sua bellezza sono gli occhi che ti guardano negli occhi, con tutta la dolcezza di un anima infinita, una dolcezza che si vive di persona e che si perde nella memoria delle immagini.

E le anime, tesoro mio, non soffrono di acne.

 

Sclavi contro Tolkien

0 Comments/ in profstanco / by Gian Luca Conti
04/02/2025

L’attuale sorellanza di governo si identifica in Frodo (Giorgia), il tormentato portatore dell’anello, e Sam (Arianna), il suo fedele servitore che lo chiama Padron Frodo e non gli fa mai mancare un pasto caldo, persino durante l’ascesa al Monte Fato.

Più in profondo, si identifica nella visione di Elemir Zolla che, nella sua prefazione all’edizione Rusconi del Signore degli Anelli, uscita nel 1970, dopo che Elio Vittorini e Aldo Sereni avevano espresso un giudizio negativo per Mondadori, accenna a due modi di intendere l’antico: scimmiottarlo, ironizzando, come Mark Twain nel Cowboy alla tavola rotonda, o prendendolo sul serio fino a impregnarsi dei suoi valori.

Il Signore degli Anelli parla di un mondo diviso in due: da una parte, il male di Sauron e, dall’altra, la serenità molto benpensante degli Hobbit per i quali un caminetto e l’erba pipa sono la felicità.

Il vero protagonista del Signore degli Anelli è Sauron che vuole l’anello del potere per legare a sé uomini ed elfi ed è Sauron che giustifica l’avventura di Frodo e dei suoi compagni.

Qui, forse, sta il problema: se Giorgia Meloni è Frodo, chi è Sauron?

La Schlein? Conte? Renzi? I sindacati? La magistratura?

In realtà, Sauron non esiste perché la funzione di governo, intesa come indirizzo politico, ha come scopo trovare punti d’incontro capaci di unire tutte le forze che concorrono a comporre la nostra ancora fragile democrazia.

Eppure il Signore degli Anelli è un mito potente: nell’età del tramonto delle ideologie consente alla destra di governo di mostrare un orizzonte ideale, una direttrice di senso, per quanto più apparente che reale.

Si consiglia alle sinistre di pensarci bene.

C’è un fumetto che potrebbero adottare: Dylan Dog.

Lì i mostri, in fondo, sono buoni, basta saperli guardare.

P.s.

Taiani e Salvini lottano per Aragorn…

Frodo non va al Twiga (Colpirne uno per educarne cento)

0 Comments/ in profstanco / by Gian Luca Conti
02/02/2025

Della Santanché si dicono sempre più o meno le stesse cose: nasce, politicamente, con Cirino Pomicino (Daniela non è capace di vergognarsi, il commento dell’antico mentore sulla ex giovane allieva), cresce come consulente di Albertini, cui porta voti in una lontana elezione a sindaco di Milano, entra nel circuito di Berlusconi e la si vede correre con la Pascale, intima di La Russa, (ri)entra in Fratelli di Italia e suona stonata in quella compagnia di giro che considera il passato del Fronte della Gioventù innamorato di Evola come una parte essenziale del curriculum.

Dopo di che si parla dei suoi guai giudiziari, della società Visibilità, di Dani Immobiliare S.r.l., del compagno Dimitri Kuntz di Lorena, ma forse solo Dimitri perché i Lorena pare non siano felici di essere accostati a questo personaggio, dell’acquisto di una villa a Forte dei Marmi da un Alberoni non più troppo capace di intendere e di volere e della sua rivendita su compromesso.

Insomma l’attuale ministro del turismo è un personaggio che nella compagnia dell’anello non può sentirsi troppo a proprio agio: quelli portano l’anello senza indossarlo per paura di diventarne schiavi, la Santanché gli anelli non li tiene certo nel cassetto e neppure li avvolge in uno straccio mentre scala il Monte Fato.

Arianna Meloni ha definito la sorella Presidente del Consiglio come Frodo Baggins.

Se fossimo nel Signore degli Anelli, la Santanché non sarebbe un hobbit, è troppo elegante, sarebbe uno degli ultimi elfi della Terra di Mezzo e Meloni_Frodo la aiuterebbe a partire per Valinor, il lontano regno cui gli elfi fanno ritorno.

Ma non siamo nel Signore degli Anelli e la Santanché fa parte della Compagnia dell’Anello che il Presidente del Consiglio ha scelto per scalare il Monte Fato.

Difficile capire perché: Santanché non ha molto in comune con l’ideologia delle Meloni, sicché le spiegazioni possono essere almeno due: una, facile: Fratelli di Italia ha una classe dirigente estremamente ridotta e le Meloni sono state costrette a fare quel che potevano con il materiale umano che avevano a disposizione. L’altra, forse troppo raffinata: se sei di destra, sai che a destra ci sono più Santanché che militanti di Colle Oppio e reduci di Acca Laurentia e sei costretto a fare i conti anche con loro. In questa situazione, se sei un militante vero, uno di quelli che ci credono in buona fede, uno come le Meloni, sei costretto a valorizzare anche questo cleavage, malgrado non ti convinca per nulla, e, allora, scegli una come la Santanché che ti permette, a un certo punto, di sbarazzartene, di farla partire per il regno di Valinor, senza troppi rimpianti.

Colpirne uno, educarne cento.

Non è nel Signore degli Anelli edito da Bompiani, ultima edizione 2023. Ma ci sarà in quello pubblicato dalla Presidenza del Consiglio.

Rock cougar

0 Comments/ in profstanco / by Gian Luca Conti
31/01/2025

ROck Cougar

E’ morta, a 78 anni, Marianne Faithfull.

Ha avuto una vita glamour e terribile: era la donna di Mick Jagger ai tempi di Sympathy for the devil, è sprofondata negli abissi dell’eroina trascinandosi per Soho e suonando all’uscita della metropolitana, è riemersa ed è stata capace di tornare in sala di registrazione, disintossicarsi, invecchiare e impersonare Maria Teresa d’Austria nel film della Coppola su Maria Antonietta.

Era bella. Di quelle bellezze che a vent’anni strappano il cuore ma che sanno invecchiare, sanno sfiorire come una rosa che quando perde i fiori è perché ne nascono altri, diversamente ma ugualmente belli.

Mattarella non gioca a tennis

0 Comments/ in profstanco / by Gian Luca Conti
29/01/2025

L’artificiale intelligenza cinese non vuole parlare di piazza Tienamnen. L’intelligenza artificiale di Altman si rifiuta di elaborare l’immagine del Presidente della Repubblica Italiana mentre gioca a tennis.

Difficile scegliere fra chi ha paura dei dissidenti e chi teme l’ironia.

Ma quello che fa pensare (pensare è una parola importante, diciamo che sofferma le meningi) è la reazione dei media al rifiuto di Sinner di passare dal Quirinale.

L’altoatesino è stanco e non si vuole fermare a Roma sulla strada del rientro a Montecarlo. Non ne vede il motivo e si scusa educatamente.

La notizia trapela senza indugio (non dall’entourage di Sinner: non vi aveva interesse, ma, forse, da ambienti vicini al Quirinale che aveva motivo di essere infastidito dal rifiuto) e i giornali tuonano contro il tennista.

In un certo senso è giusto: il Capo dello Stato rappresenta l’unità nazionale oltre l’indirizzo politico e rifiutare un suo invito è sottrarsi alle proprie responsabilità di cittadino. In ogni suo compito, il Presidente della Repubblica esercita una funzione di unità sviluppando i vettori di senso attraverso i quali è possibile costruire una comunità politica coesa al punto da tollerare le spinte centrifughe dei diversi orizzonti ideologici che convivono (non solo) nella dialettica parlamentare. I cittadini quando vengono a collaborare a questa funzione presidenziale non vi si possono sottrarre senza mancare al proprio dovere di fedeltà alla repubblica.

Nello stesso tempo, però, è anche triste che il Capo dello Stato, questo poveruomo, absit injuria verbis, che instancabilmente cerca di costruire la nazione con equilibrata e pacata saggezza, sia costretto a cercare la collaborazione di Sinner per svolgere la propria funzione: la crisi della dimensione politica costringe i Presidenti della Repubblica a unire la nazione oltre la dimensione delle decisioni pubbliche e dei valori costituzionali.

Chiedere a Sinner di capire tutto questo, però, è sicuramente troppo

Chi li ha sciolti? (Per scrivere non è inutile saper leggere)

0 Comments/ in profstanco / by Gian Luca Conti
28/01/2025

Ci sono dei colleghi che, a un certo punto, più o meno comprensibilmente, smettono di scrivere.

Sembra una posizione ragionevole: chi ha studiato davvero molto si accorge che è complicato avere qualcosa da dire che non sia già stato detto o che possa essere un significativo passo in avanti nel settore.

In realtà, si tratta, spesso, di una sorta di analfabetismo di ritorno. Hanno semplicemente dimenticato come si fa a scrivere.

Capita che, però, improvvisamente, uno di questi colleghi, uno che ha smesso di scrivere da anni, che si può ragionevolmente pensare non sappia più scrivere da quanto tempo è passato dall’ultima, non eccelsa, invero, prova che ha dato di sé, pubblichi un articolo, su un tema indubbiamente marginale ma di un certo spessore, su di una rivista priva di interesse scientifico.

Ecco, allora, ci si avvicina a questo articolo che il non più giovane studioso ha voluto promuovere su tutti i social nei quali è presente, e ci si accorge che sicuramente non sa più scrivere e che altrettanto sicuramente ha anche disimparato a leggere.

Certe cose si possono scrivere solo se non si è letto niente del tanto che è stato scritto su quell’argomento.

Un perfetto citrullo, avrebbe detto il prof. Grossi di cui questo collega ebbe a frequentare le lezioni.

Ma anche lui, sicuramente, è stato dimenticato.

Ne danno il triste annuncio

0 Comments/ in profstanco / by Gian Luca Conti
27/01/2025

I necrologi sono una forma di letteratura affatto particolare.

In apparenza, si limitano a un annuncio con una comunicazione: si annuncia la morte di X e si comunica data e luogo dei funerali per consentire la partecipazione al lutto.

Oltre l’apparenza, si possono notare molte cose dalla scrittura di un necrologio: chi è che ne dà notizia, chi partecipa al lutto, gli aggettivi utilizzati per condensare la personalità del defunto nell’ultimo saluto.

Ci si può divertire a osservare lo stato di famiglia del defunto e dei suoi aventi causa.

Ma il necrologio più bello è quello che segue l’annuncio della vedova inconsolabile che comunica la morte dell’adorato marito con un secco: “Non ti dimenticherò mai. Olga”.

Ma sicuramente era uno scherzo.

La Medea del Midì

0 Comments/ in profstanco / by Gian Luca Conti
25/01/2025

Il mito di Medea è estremamente complesso da decifrare: una madre che uccide i propri figli per vendicarsi del marito non può essere una figura positiva e Medea non ha ucciso solo i suoi figlioli.

Lo si poteva comprendere nell’Atene della Guerra del Peloponneso facendo uso di categorie assiologiche che noi non possediamo.

Medea è una semidea che decide di farsi donna per amore di Giasone.

Per Giasone abbandona la sua patria, la tradisce, perde la verginità, partorisce, uccide e quando viene abbandonata fa quello che non si deve fare. Massacra quei figli che erano gli eredi di Giasone, che sarebbero restati con lui, lo priva della discendenza.

Medea non accetta di essere una “fattrice”, può essere madre, ma non la madre dei figli di colui che ha amato e che non la ama più.

Nello stesso tempo, Medea compie il suo destino. Se ne è appropriata quando ha deciso di aiutare Giasone a conquistare il Vello d’Oro. Lì ha deciso di non essere chi avrebbe dovuto e di essere chi lei voleva essere. La nemesi è il tradimento di Giasone. Gli dei puniscono chi si ribella al proprio destino. Medea non lo accetta e sceglie la propria punizione più profonda, sceglie di diventare definitivamente folle come una donna che uccide il frutto del proprio seno. Con questo gesto, Medea si ribella una seconda volta al proprio destino: ha lasciato i luoghi in cui poteva essere se stessa, adesso abbandona se stessa, abbraccia la follia dell’omicidio più terribile perché per un genitore non esiste un dolore più grande del dolore del proprio figlio e se una madre uccide i propri figli, uccide se stessa.

Non c’è niente di moderno o di arcaico in Medea: c’è solo una tragedia dannatamente umana, la tragedia di una donna che si ribella al proprio destino e per non accettare le conseguenze della propria ribellione compie il più terribile dei suicidi decidendo di sopravvivere ai propri figli che uccide uccidendo la propria umanità.

Medea è una donna divisa: potrebbe essere una principessa di un luogo felice e vivere nell’ombra di un drago, ma Afrodite la condanna a innamorarsi di Giasone e diventa regina perché sa essere strega. Quando viene ripudiata, resta solo strega, una strega capace di completare il ripudio di Giasone ripudiando anche la propria umanità.

C’è ancora da studiare e, probabilmente, è anche inutile farlo: non capiremo mai chi era Medea per Euripide, ci limiteremo ad ascoltare la potenza di questo mito che era una fiaba per uomini diversi da noi, che pensavano diversamente, si davano risposte diverse a problemi antichi.

Insomma la sensazione che si ha rileggendo Medea è che se tutti i miti sono un modo con cui generazioni e generazioni di uomini condividono delle strategie di risposta alle questioni più profonde che si agitano nelle loro anime costruendo un inconscio collettivo, questo mito parla a generazioni che sono cenere da più di duemila anni.

Chiedere a Medea di parlare oggi è come usare lo stradario di Firenze per orientarsi a Milano: via Cavour è anche lì ma non è la strada che si sta cercando.

Fa ridere, allora, scoprire sul diario liceale di Bimba Piccola che ha preso sei nel tema in cui la professoressa di greco le ha chiesto di leggere attraverso il mito di Medea la storia di madame Pelicot.

Madame Pelicot è una vittima di una situazione familiare degradata e di un certo modo di intendere il sesso in cui un marito ritiene di poter offrire la moglie a terzi reclutati su siti in cui altri mariti offrono le proprie mogli che, consensualmente, accettano di essere offerte.

Ha avuto il coraggio di denunciare questa forma di violenza.

Ha avuto la forza di rivolgersi a Creonte che ha fatto quello che fa ogni Creonte: ha condannato applicando la legge nell’interesse della società.

Medea non si è rivolta a Creonte: quando si è accorta di essere tradita ha ucciso se stessa uccidendo i propri figli. Ha preso in mano la sua vita e ha deciso che niente doveva sopravvivere nella più estrema delle ribellioni.

Penso più o meno questo mentre prendo atto del sei di Bimba Piccola che, non senza un certo spirito polemico, ha scritto che il tema non aveva senso perché madame Pelicot è una donna che crede nella civiltà delle buone maniere e del diritto, mentre Medea è stata una strega che tutto questo lo ha fatto a pezzi e cucinato nel suo calderone.

Ma soprattutto penso che Bimba Piccola avrebbe fatto meglio a scrivere che madame Pelicot e Medea sono due vittime del patriarcato, che così avrebbe fatto felice l’ignoranza della sua insegnante.

Però è la figlia del suo babbo.

 

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