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Archive for category: profstanco

Gli occhi del Palagi (Affinità di sguardi)

0 Comments/ in profstanco / by Gian Luca Conti
06/01/2023

Il Palagi sono corridoi dove camminano giovani ragazze con disturbi alimentari.

Il Palagi sono corridoi dove i genitori delle giovani ragazze aspettano che termini il pasto assistito, la seduta con la psicologa, la visita della nutrizionista o assistono all’alimentazione forzata di una figlia che amano disperatamente.

Il Palagi sono occhi vuoti.

Quelli delle giovani ragazze, quelli dei loro genitori.

Ma solo per chi non sa vedere.

Perché in tutti questi occhi c’è una meravigliosa miscela di dolore e amore.

Esattamente identica.

In questa affinità di sguardi si trova Dio, il Dio che si è fatto carne e che sa perdonare ogni dolore.

Dopo il funerale

0 Comments/ in profstanco / by Gian Luca Conti
02/01/2023

Dopo il funerale, ho continuato a masticare un pensiero e due immagini.

La prima immagine è l’ultima che ho di te: quasi nascosto in un angolo del sagrato, vestito poveramente come poveramente vestivi quando non indossavi il saio, che osservavi la vita di via Cesare Battisti fluire. Così vicina e così lontana.

Allora ho pensato che tu eri solo, solo con le tue delusioni, solo con la tua croce che vedevo fatta di delusioni. Mi ha fatto pena saperti solo in quel convento che amavi senza esserne ricambiato.

La seconda immagine è il tuo funerale, di lunedì mattina, il 2 gennaio, e la Basilica era piena, piena per tutte le due ore di celebrazione.

Non eri solo, Lamberto, quel giorno all’angolo del sagrato, dove il sagrato della Basilica fa un ansa: dentro di te c’erano tutte le persone che ho rivisto al tuo funerale.

Spinte a salutarti dal ricordo della tua santità.

Perché, in fondo, se Dio si è fatto carne, lo ha fatto per provare tutto ciò che prova la carne, per essere umano sino al punto di poter essere tentato da Satana.

Tu questo lo sapevi e sapevi anche che la carne era la via per la santità.

Non la disprezzavi, né in te, né in tutti coloro che a te si sono affidati dopo essere caduti e che tu hai sempre aiutato a rialzarsi con pazienza di monaco e impaziente umanità di carne.

Lamberto (La vocazione alla delusione)

0 Comments/ in profstanco / by Gian Luca Conti
31/12/2022

Lamberto è stato un frate dell’Ordine dei Servi di Maria.

Per chi lo ha conosciuto davvero, ma non per i suoi confratelli, Lamberto è stato un santo.

Lamberto era ambizioso e aveva sete di Dio.

Pregava incessantemente e il breviario sembrava vivo fra le sue mani.

Fumava come fuma chi ha paura di vivere troppo a lungo, chi si rifugia nel suo veleno perché la vita è un veleno d’altri.

Era intelligente e conosceva il Dio dei padri della Chiesa.

Era sapiente e sapeva che amare Dio significa celebrarlo.

Era innamorato della settimana di Pasqua e la crudeltà di Dio lo ha rapito per Natale.

Perché il Dio di Lamberto era crudele, lo amava con la malignità di chi ogni giorno trovava un modo per rinfacciargli la sua purezza e il suo amore per le Scritture, per la Liturgia, per la Teologia, tutte parole con con Lamberto avevano l’iniziale maiuscola.

Lui perdonava sempre, ma era Lamberto e il suo perdono era amaro: si confessava dal confratello che lo aveva offeso, si pentiva di pensare quello che pensava di lui e lo faceva nel segreto della confessione, senza che il suo confratello potesse rispondere. E pregava per i suoi confratelli, si alzava molto prima dell’alba per pregare per loro. Dicendoglielo, ogni giorno.

Sono cose che dei frati non perdonano. La santità non si perdona.

Non è mai cambiato niente.

Ha sempre continuato a vedere tradita la sua fede da quei fratelli che lo prendevano in giro per i suoi digiuni. Infiniti, logoranti.

Così è morto.

Da solo, nel suo letto di frate, dopo avere fumato un’ultima sigaretta e il suo corpo è povero, piccolo, striminzito nella bara in cui lo hanno calcato dopo una messa piena della crudeltà che Santa Madre Chiesa insegna ai suoi figli quando li alleva in seminario. Non ci sono più quegli occhi acuti e dolci, sono chiusi per sempre nella contemplazione del Padre che ha amato con tutto se stesso. Una mano non so quanto pietosa deve avere svuotato la sua cella e ritrovato una fotografia che lo aveva sempre accompagnato, che teneva sempre dove la potesse guardare. La foto di un giovane frate sorridente dell’entusiasmo di uno sposo abbracciato a due genitori un po’ perplessi che, forse, avrebbero voluto vedere i loro sacrifici – era il primo della sua stirpe che aveva studiato e i suoi studi erano costati molto al sudore di suo padre e di sua madre – ricompensati altrimenti.

Tutti abbiamo visto quel sorriso e quando quel sorriso ha iniziato a spengersi, in molti ci siamo allontanati da Lamberto.

Perché la vera delusione di Lamberto, sono sicuro, non erano i suoi confratelli.

La sua vera delusione siamo stati noi, noi che siamo cresciuti nella sua parola, che abbiamo imparato a credere nelle vite dei padri del deserto, a leggere con i loro occhi attraverso i suoi, che abbiamo imparato la ricchezza della Parola e la complessità della Liturgia, noi che poi siamo diventati libertini, laici e senza Dio, che abbiamo imparato a considerarlo una parte della nostra adolescenza, un po’ come una ragazzina che si ricorda con nostalgia ma anche con un certo imbarazzo perché siamo cresciuti e i grandi non scrivono più le poesie di amore che le avevamo dedicato, che lo vedevamo appena fuori dal suo convento, appoggiato a una balaustra che osservava i passanti con gli occhi di un padre del deserto che improvvisamente si ritrova in piazza SS. Annunziata all’ora in cui i ragazzi corrono per non fare tardi a scuola.

Questo pensavo mentre oggi gli presentavo le mie figlie, che molti anni fa ha battezzato, e pensavo che le stavo presentando a un Santo e che avrei voluto che Lamberto, vivo come mai lo avevo sentito vivo, vivo perché finalmente alla destra del Padre, ricompensato delle sue preghiere alla presenza viva del Creatore, rapito nella Liturgia che i Santi cantano a Dio in Sua presenza, si prenda cura di loro e coltivi la loro anima sino a che, vecchie, assai più vecchie di lui che è morto giovane, non lo potranno conoscere.

E’ stato difficile amarlo, ma ancora di più sarebbe dimenticarlo.

Nel mio tempo che non è più il tuo e non lo è mai stato (l’Orfeo del Joyce)

0 Comments/ in profstanco / by Gian Luca Conti
04/12/2022

Euridice è morta, morta per sempre, morta per un giorno, morta come chi non è mai nato

Euridice vive del mito e il suo mito è il fumo sapido di birra scura irlandese di Joyce

Joyce ha creato Orfeo mostrandogli Euridice

Lo ha creato perché prima di Euridice Orfeo non esisteva, non aveva parole, non sapeva neppure leggere

Orfeo è nato innamorandosi di Euridice, scoprendo dentro i suoi occhi le parole che non sapeva di conoscere

E’ stato felice Orfeo delle parole che Joyce, una pinta dietro l’altra, distillava da Euridice

Ferite che aprivano l’anima di Orfeo

Ma Joyce è fallimento di spiriti, insaziabile più di un vampiro dei fumetti, fallimento che uccide

Euridice è morta per caso, uccisa da un serpente mentre fuggiva da un pastore avido di piacere?

Euridice è morta davvero mentre si lasciava trafiggere dal serpente di un pastore avido di piacere?

Orfeo non lo sa

Sa che Euridice è morta ogni volta che si è lasciata trafiggere da serpenti avidi di piacere, è morta per lui

Lui che aveva creduto a Joyce, a chi lo aveva plasmato con parole di pinta facendogli credere di avere trovato parole dell’anima

Non aveva trovato niente e ha guardato la morte di Euridice, disperato, senza più speranze

L’ha guardata morta, illudendosi che fosse morta, scendendo nell’Ade per chiedere la restituzione della sua vita, perduta senza nessuna colpa, come se esistesse chi è responsabile del proprio suicidio

Ma Euridice era viva, perfettamente viva, lo sapeva bene chi aveva imparato a trafiggerla: Euridice non esiste per te, esiste per sé, esiste solo nel suo tempo e tu esisti nel tempo che Euridice ti dona, non guardare Euridice nel tempo che non ti appartiene, non guardarla perché muore, bevi il tempo che Euridice ti dona, non altro, accontentati e lei sarà felice e tu sarai felice

Il segreto del pastore avido di piacere, il segreto del serpente sazio: non c’è bisogno di vecchiaia per la saggezza

Joyce, il fallito dio dell’Ade, ha accolto Orfeo in mezzo alle rovine di vite decomposte, in mezzo alla sozzeria che resta quando il corpo smette di cagare, lo ha guardato con malvagia ironia, con la crudele pietà della pigrizia e gli ha restituito Euridice avvertendolo di non guardarla, di suonare le parole che lei gli aveva donato ma di non guardarla perché sarebbe morta di nuovo

Orfeo non ha capito: Euridice può vivere solo se non la guardi nel suo tempo perché il suo tempo non è il tuo tempo perché nel suo tempo che non è il tuo tempo Euridice beve il serpente dei pastori avidi di piacere e nessun Orfeo può sostenere quella vista senza morire

Così Euridice è morta, per sempre, per un giorno, come non fosse nata

Ma non per la rabbia di vederla assetata di pastori, che sarebbe banale e Joyce non è banale, ma perché Orfeo sa che la sua lira non merita di diventare un pastore avido di piacere, non merita di vivere della sfrenata consapevolezza dell’orgia dei serpenti perché accontentarsi del proprio tempo non è solo seguire Euridice nel suo tempo è soprattutto accettare ciò che Euridice è ed Euridice è fame di pastori, pastori avidi di piacere, sazi del proprio tempo e chi è affamato di ciò che è sazio non ha fame della propria fame

Così l’unico che muore, alla fine, è Orfeo, si lascia morire cantando, affamato della propria fame, mentre Euridice danza il ballo della sazietà.

 

La violenza delle carampane

0 Comments/ in profstanco / by Gian Luca Conti
11/11/2022

Triste convegno sulla violenza di genere al tempo della pandemia.

Un tema davvero tremendo: persone costrette alla vita in comune che si trovano a dover subire l’aggressione da parte di chi dovrebbe essere loro di mutuo sostegno.

Ma più terribili ancora le partecipanti.

Parecchie di un’età nella quale i tampax sono ricordi quasi cancellati dal progressivo indurimento delle arterie.

Un’età nella quale i discorsi sulla violenza di genere hanno il sapore delle madeleine.

Cronache dal Feccia Nera (Saggezza di ghostbuster)

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26/10/2022


Trenitalia ci ha abituati a questo signori che abitano i treni dei pendolari rendendoli più vivibili.

Ci ha insegnato l’importanza del loro lavoro e la dignità con cui viene svolto.  Non ci ha però abituati ai loro insegnamenti e alla loro saggezza.

Ragazza, un po’ sguaiata, stretta nelle sue aderenze più adatte a un palombaro che a un sub:

-> Mi vorrei trasferire da Scienze della comunicazione a Lingue e letterature straniere… Mi sono appena iscritta e penso che non faccia per me… Ho bisogno di dare un perché al mio bisogno di esperienze…

Il Ghostbuster, come se fosse nel più gelido dei manieri scozzesi:

-> Deh, una intellettuale…

La saggezza si apprende più dai cessi che dalla pigrizia. Mi sovviene da pensare. Ma sono un vecchio.

La morte della quercia

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24/10/2022

Guardo il suo povero corpo ricomposto nel letto.

E’ ancora caldo.

Inizio dai piedi: ha un paio di scarpe nuove. Non le indossava più. Gli hanno trovato le sue scarpe da ginnastica preferite. Metteva solo quelle e mi faceva sorridere. Erano le scarpe di Olivia Newton John quando insegnava aerobica.

Ha i jeans. Normali jeans. Credo di avergli sempre visto i jeans. E una giacca grigia, tutti i bottoni ben chiusi. Una camicia bianca, senza cravatta.

Il viso, finalmente, è disteso. Gli ultimi giorni sono stati terribili. Il tumore lo aveva gonfiato e lui non riuscita più a parlare. Non ha più nemmeno quel terribile rigonfiamento che straziava la sua fronte da oltre un anno.

Poche persone attorno a lui. I familiari più stretti. La moglie che lo ha accudito come si governa un animale morente. Con la stessa disperata pazienza. La madre che sembra scolpita nel legno di iroko e che piange lacrime di betulla. Ha un nome di bambina e sono di bambina quelle lacrime:

Che ne sarà di noi senza di lui, era lui quello forte?

E’ vero, lui era una quercia e le querce non muoiono. Le querce vengono tagliate.

Ma questo è la morte per ciascuno di noi: il momento in cui si viene tagliati e si perdono le radici.

Morire non è cadere, è un colpo d’ascia, di falce, una sega che lentamente incide e recide.

Lo guardo e so che lui ha lasciato il vuoto della quercia.

Della quercia che sta in mezzo a una radura.

Perché ognuno di noi è fissato a terra con pazienza di pianta ma pochi hanno la tenacia della quercia e quei pochi lasciano il mondo più solo.

Cassandra o del sopravvivere alle proprie profezie

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19/10/2022

Da quella notte in cui due serpenti le hanno leccato gli occhi

Lei sa

Sa di dover vedere morire i suoi genitori

Sa che un fratello, il più bello dei suoi fratelli, sarà la sua e la loro rovina

Sa che lo dirà

Lo urlerà, perché lei lo vede

Ma sa anche che nessuno lo ascolterà

Che nessuno darà retta alle sue parole se non la fame di un mostro

Perché è questa la verità, avida fame di mostri

Da quella notte, lei sa che sarà stuprata

Che Aiace Talamonio, distruttore di dei, uccisore di innocenti, assassino affamato la stuprerà

Lo sa

E, vergine, aspetta quel momento

Senza altra vendetta che la consapevolezza della fine

Senza altra certezza che vivere può essere dolce anche se si sa che si è destinati alla più terribile delle sorti

Senza altra certezza che anche una maledizione può essere vissuta con dignità di vergine

E attende quella notte perché dopo tutti i giorni saranno inutili

inutile vivere dopo il compimento del proprio destino

inutile sopravvivere alle proprie profezie.

Schiava Luna

0 Comments/ in profstanco / by Gian Luca Conti
24/09/2022

La Luna ha due facce, ciascuna invisibile all’altra.

Non ha specchi per guardarsi alle spalle.

Lo sa Orlando che ciascuna delle due facce della Luna ha i suoi abitanti.

Lui li ha conosciuti entrambi.

Ci sono gli abitanti della faccia che conosceva, quella che vedono tutti gli abitanti della terra e sulla quale lo ha portato il suo fedele cavallo alato.

Sono intelligenti, sensibili, pazienti. E’ un vero piacere dialogare con loro, anche se sono un po’ algidi.

Poi ci sono gli altri abitanti, quelli della faccia oscura. Sono altrettanto intelligenti, forse più belli, forse più sensuali.

I primi hanno dei celesti, i secondi adorano divinità infernali.

Non si incontrano mai e solo Orlando li ha conosciuti entrambi.

Gli uomini normali possono conoscere i primi ma impazzirebbero se conoscessero anche i secondi e così quelli che hanno conosciuto gli oscuri non possono pensare che esistano anche i celesti.

Così sono alcuni uomini.

Hanno due volti e chi conosce uno di questi non vuole conoscere l’altro.

Gli è insopportabile se conosce il volto celeste essere consapevole di quello oscuro.

Mentre se conosce quello oscuro gli è ancora più insopportabile accompagnarcisi.

Non così Orlando.

Ma lui era un paladino.

Antropogie mutilate (L’inizio della storia)

0 Comments/ in profstanco / by Gian Luca Conti
29/08/2022

L’Amazzonia è il cuore del mondo. Un’enorme Silva Magica. Più Magica di un sogno nella scuola del cavaliere azzurro. Forse è questa la sua importanza, essere il testamento della memoria ancestrale di una intera razza, contenere le radici spiritualmente ancestrali di ogni uomo, la memoria di ciò che siamo stati prima di immaginare con le parole e disegnare cerchi per spostare il mondo.
È uno spazio infinito perché ogni popolo che lo occupa si costruisce come un universo e come un universo non pensa che possano esistere altri universi. Il proprio degli universi è l’unicità, un dogma etico.
E, in fondo, conta poco la sua importanza per la sopravvivenza dell’oceano o la sua incredibile e magica potenza.
La verità è che questo luogo sa essere giovane e antico nello stesso tempo, sa muovere ricordi che nessuno possiede se non come tatuaggi dello spirito, ricordi infiniti che si muovono come fiumi di nubi.
Ciascuna nazione ha bisogno di distinguersi dalle altre. Lo fa con tatuaggi, colori e, le più antiche, con mutilazioni permanenti del corpo che modificano definitivamente ed irreparabilmente.
L’appartenenza è una mutilazione con almeno due significati, uno più profondo dell’altro.
Prima di tutto, il bisogno di distinguersi dagli animali. Nessun animale è capace di modificare per sempre il proprio corpo e l’uomo, questo uomo giovane che è ancora capace di dormire su un albero, ha bisogno di sentirsi diverso, di creare una narrazione, di cominciare a ricreare sentimenti e trasformarli in storia attraverso l’arte. Anche quando l’arte è mutilazione.
Il secondo è che questo piccoli uomini sanno di esistere all’interno della loro nazione, di avere un significato che li rende diversi da ogni altro uomo che percorre questo inferno e di avere bisogno di appartenere alla loro famiglia fino a modificare per sempre il proprio corpo e questo è l’inizio dell’amore, un amore che è solo appartenenza e che esiste come storia condivisa: è il mio popolo che mi permette di leggere la realtà e di attraversarla consapevolmente.

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