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Ushuaia non è a Ibiza

0 Comments/ in profstanco / by Gian Luca Conti
28/08/2021

Ushuaia si trova nella Terra del Fuoco ed è all’imboccatura del canale di Beagle, il passaggio più interno fra l’Atlantico e il Pacifico. Il più esterno è il Drake Passage e il più spettacolare è lo Stretto di Magellano.

Un posto per veri marinai, persone che sfidano se stesse per trovare lo spettacolo di una natura crudelmente incontaminata, di un mare che inonda il ponte di onde forti come incubi e di un vento incessante, un fischio negli orecchi che accompagna per giorni e giorni, anche dopo che si è arrivati in Cile, anche dopo che si è raggiunto il Messico.

Ma Ushuaia è anche un rifugio sicuro. Uno spazio in cui chi osserva Capo Horn può decidere di restare perché per arrivare a Capo Horn ci sono molti ponti da tagliare, molte cose da abbandonare e chi arriva a Capo Horn sa che può tornare solo se lo attraversa, se riesce a mettere la prua su Beagle, Magellano o Drake.

Ushuaia è il tempo in cui si raccolgono le forze prima del balzo, in cui si osserva il meteo, in cui ci si interroga con i vicini di barca e di ormeggio, il luogo in cui, alla fine, si può anche decidere di restare per tutta la vita perché a Ushuaia i venti non hanno un nome diverso dalla loro direzione che è quasi sempre NNW, con una forza superiore a 8, gran lasco su Capo Horn, traverso dove il mare si incrocia e, infine, bolina stretta per risalire. Significa che quando si parte, non si può tornare indietro. Che tornare indietro è faticoso quando andare avanti e, quindi, potrebbe non avere senso.

Questo è Ushuaia, il porto in cui si può decidere di restare per tutta la vita, perché una volta partiti non si può più tornare indietro.

Ma Ushuaia è anche un albergo di lusso a Ibiza, un posto per ricchi, in cui si può spendere più di 8.500Euro per una settimana, un posto da ombrelloni con l’aria condizionata e nel quale si pagano le cameriere per spruzzarle di champagne.

Mi domando se chi va all’Ushuaia di Ibiza sia mai stato nella vera Ushuaia o, semplicemente, sappia della sua esistenza e so che vale anche il reciproco, che chi conosce la vera Ushuaia non sa niente dell’albergo di Ibiza.

Un marinaio di Ushuaia potrebbe andare nell’albergo mentre nessuno in quell’albergo vorrebbe arrivare a Ushuaia o controllerebbe sul suo telefono che ore sono in quel lontano, irraggiungibile porto, per far respirare la propria nostalgia.

So che il marinaio di Ushuaia a Ibiza sarebbe solo come un naufrago vinto dagli incubi che ha ascoltato dalla voce del Capo. Una volta mi sarebbe piaciuto sperare che il turista di Ibiza, invece, era solo una persona che non aveva mai incontrato nessuno capace di raccontargli di Ushuaia, che se lo avesse incontrato, quelle parole lo avrebbero incantato e si sarebbe trasformato.

Ma non è così: ognuno ha il suo naufragio, nessuno è migliore o peggiore e il segreto di ogni naufragio è l’allegria.

Uccelli di mare

0 Comments/ in profstanco / by Gian Luca Conti
24/08/2021

Gli uccelli di mare sono quasi tutti bianchi, non blu, azzurri o verdi:

Hanno il colore del mare in tempesta, vogliono poter essere scambiati per schiuma quando si posano fra le onde di una burrasca

Lì hanno bisogno di nascondersi e di non essere visti,

Non temono che qualcuno li possa predare. Maltempo non è stagione di caccia,

Ma perché a nessuno piace essere visto mentre si arrende al fato.

Memoriale di via Giusti

0 Comments/ in profstanco / by Gian Luca Conti
05/04/2021

Via Giusti quando ho iniziato a studiare il diritto costituzionale prendendolo sul serio era un singolare ensemble di archetipi.

Paolo Barile aveva dato vita a una scuola che riuniva persone molto diverse.

Cheli non si vedeva quasi mai ma faceva sempre sentire il suo pensiero, con l’intelligenza della saggezza che sa di dover essere parca se vuole guidare uno stormo assai disordinato e inquieto.

De Siervo arrivava ogni mattina con un sorriso buono e la sua stanza era ordinata come se ci fosse sempre il Sole.

Caretti parcheggiava una cinquecento rossa arrampicandosi sulle altre macchine e la sua scrivania ribolliva di libri letti e da leggere.

Zaccaria faceva il presidente della Rai. Lo vedevo allo studio del prof. Barile quando era tempo di auguri. Glieli faceva sempre di persona. Con affetto. Con vero affetto romagnolo.

Grassi arrivava di corsa e si pagava sempre il telefono, anche se non lo usava mai. Aveva l’onestà del cattolico spaventato dalla facile disonestà di una fede abile a evadere sia dalla morte che dal sepolcro.

Merlini, che è morto ieri mattina, si vedeva poco. Lui era affascinante e dinoccolato. Le sue spiegazioni erano colte. Ragionamenti di storico oltre che di giurista. E appassionate. Pensieri di un uomo che leggeva la Costituzione come un documento politico prima che giuridico.

Ho imparato a conoscerlo in treno, accompagnandolo a Roma o trovandolo per caso sulla via di un qualche convegno.

Sempre mi ha trattato come un allievo del suo maestro, con spirito di fratello maggiore, e spesso mi ha donato una riflessione musicale, uno sguardo rapito nella bellezza, spesso demolendo le mie convinzioni, troppo ingenue e persino rozze.

Non abbiamo mai avuto molto in comune. Le sue idee politiche erano diversamente appassionate rispetto alle mie, avevano lo charme del cachemire sotto l’eskimo. Ma era questa la scuola del prof. Barile: persone diverse tenute insieme dal fascino del loro maestro.

E Merlini di Barile aveva carpito – più di ogni altro allievo – il fascino assoluto e amabile di un mondano ambasciatore fin de siecle.

Un foulard che sapeva di cioccolata

0 Comments/ in profstanco / by Gian Luca Conti
30/03/2021

Oggi non compi ottantasette anni.

Non ci sei arrivata e non ho avuto bisogno ieri sera di comprarti un regalo all’ultimo momento perché ti piacevano i regali e ti dispiaceva non riceverli.

Una delle tante cose in cui siamo uguali.

Ti avrei comprato un foulard.

Non perché ti piaceva, ma perché piaceva a me, quando ti toglievo il cappotto o la pelliccia sentire per un istante il tuo profumo su quel pezzo di seta.

Sono andati persi, come i tuoi gioielli. Rubati da badanti e da cattivi affetti.

Ti avrebbe fatto male e non avresti sorriso.

Bambina sfollata nelle campagne dove la nonna doveva andare a servizio da una contadina che la pagava con qualche fetta di pane perché il nonno era scomparso nei labirinti della seconda guerra mondiale.

Hai conosciuto il sapore della fame, hai sognato con quel dolore a riempire lo stomaco.

Lo hai portato dentro di te per sempre, anche quando la fame non c’era più da tanto tempo.

Perché la cioccolata degli sfollati ha un sapore tutto suo.

Un sapore che tatua l’anima.

E quei tatuaggi hanno accompagnato tutti i tuoi sorrisi.

I sorrisi di una bambina che non riusciva a guardare i fochi di San Giovanni senza ricordare i bengala dei bombardamenti che hanno distrutto la casa in cui eri nata.

Mi manchi e soprattutto mi addolora non essere mai stato capace di cancellare quei tatuaggi dalla tua anima.

Anche i figli, in fondo, sono doni e come tutti i regali possono essere una gioia o una delusione.

Ed io so di essere stato una delusione per te perché non ho mai sopportato di dover essere un regalo che cancellava dolori che non mi appartenevano, sanava ferite che non comprendevo.

So di essere stato questo: un regalo sbagliato e, purtroppo, l’ho sempre saputo.

Compianto II

0 Comments/ in profstanco / by Gian Luca Conti
08/02/2021

Il compianto è un luogo dello spirito.

Cristo non muore solo.

Muore nelle lacrime di sua madre.

Muore nelle lacrime della sua amante.

Muore nelle lacrime dei suoi apostoli.

Non c’è solitudine più grande della solitudine della morte.

Compianto

0 Comments/ in profstanco / by Gian Luca Conti
06/02/2021

Gli ultimi giorni sono un liquido più freddo del demonio e più forte dell’inferno che brucia le viscere.

Aceto per ingoiare il sonno e per dimenticare i sogni.

L’ultimo giorno è un compianto fatto di visi che si chinano su di un corpo.

Aceto ha portato un sonno fatto di freddo e piombo: ha divorato sogni d’uomo e speranze troppo fragili per diventare vere.

Una madre guarda il corpo morto cui ha donato la vita. Niente può strappare di più il cuore della inutilità di un parto.

Una donna, capace di vendere piacere, di trovare appagamento nell’orgasmo di chi paga per sprecare il proprio sperma e versare saliva in una bocca, perché anche la prostituzione è un’arte, bacia i piedi che avrebbe voluto amare.

La Maddalena è una prostituta che avrebbe voluto amare. La morte di Cristo è anche il rifiuto di quell’amore. Cristo non sarebbe morto se si fosse lasciato andare all’abbraccio, carnale ed esperto, dell’amore di una puttana.

Compianto

0 Comments/ in profstanco / by Gian Luca Conti
31/01/2021

Non si regalano le ultime parole di un morto

Non si regalano quattro fogli strappati da un quaderno e scritti senza bella copia

Perché è un dono senza gioia e i doni dovrebbero essere sempre sorrisi

Eppure quella ragazza che non ho mai conosciuto,

Quel suicidio che ho sempre sentito raccontare perché ha continuato a morire nelle vite di chi ha dovuto cremare un corpo

e seppellire un rimpianto senza speranza, una condanna passata in giudicato per la distrazione di un avvocato disordinato,

adesso piange anche dentro di me

Vorrei che tutto questo non fosse stato invano

Solo questo scrive, in fondo, oltre alla volontà di donare gli organi e l’assurda richiesta di non provare dolore:

Morire è insopportabile se si è vissuti invano e quando si vive invano si muore ogni giorno

Ogni giorno è il testamento delle parole non dette, dei baci non dati, delle carezze restate sulla tela di quadri che sarebbero stati bellissimi se fossero stati vissuti invece che dipinti

Non si regalano le ultime parole di una ragazza stanca di vivere a diciotto anni o poco più

Ma quando le si donano, chi le riceve può solo scriverle nella propria mente:

la stanchezza desidera l’oblio, stancare chi si ama lo porta a desiderare la morte e l’invano rende la morte ancora più terribile.

Vorrei che tutto questo non fosse stato invano

anche queste parole sono state inutili, povera amica mia: perché quando una vita è inutile, la morte è altrettanto priva di senso e se ci deve essere un Paradiso vorrei che fosse prima di tutto per chi, come te, si è stancato di vivere prima di poter vivere davvero.

Felicita: prima il dovere

0 Comments/ in profstanco / by Gian Luca Conti
28/12/2020

Prima il dovere può essere considerato il filo rosso della tua vita.

Per molti anni, hai messo davanti a tutto il dovere.

Il dovere di essere quello che gli altri avevano bisogno che tu fossi, di indossare un sorriso perfetto, di essere all’altezza dei loro sogni.

Non quando ti ho incontrata. Quando ti ho vista per la prima volta avevi trovato la persona che aveva saputo guardare dentro di te. Ricordo sei parole, dette con la grazia con cui sfioravi l’essenza delle cose senza la volgarità di renderlo palese: Prima di conoscere G, mi sentivo invisibile.

Una notte di dieci anni fa, mentre ballavi come una ragazzina con G e quegli arruffati capelli bianchi che avresti sposato nove anni dopo e per meno di un anno, quando sapevi che il matrimonio non avrebbe distanziato il destino.

Un destino senza compassione e senza pietà ti ha condannata a morire, a tornare nel mondo di prima, quando il dovere veniva anzitutto.

E sei andata via, la mattina di Natale, dopo avere ordinato il pesce per la Vigilia, dopo avere provato a cenare con le persone che più amavi, dopo esserti lasciati cullare dal rumoroso trastullarsi di tua nipote, dopo essere riuscita a preparare una casa nuova in cui sapevi che non saresti vissuta a lungo, la gioia di lasciare il tuo ordine per quegli arruffati capelli bianchi che adesso sono restati soli perché dopo di te la solitudine è un antro ancora più profondo.

Sei andata via sussurrando che ti dispiaceva. Come se la morte, persino la morte del più subdolo dei tumori, fosse colpa tua. Eri abituata così: quando il dovere viene prima di tutto, ci si sente colpevoli anche per la pioggia.

Sei andata via come chi lascia una festa perché viene chiamato altrove da un dovere a cui non si può dire di no e non ha il tempo di salutare tutti. Come una ragazza di buona famiglia che viene chiamata dal padre prima di mezzanotte e si allontana dicendo al fidanzato deluso che avrebbe ancora voluto ballare con lei che le dispiace di quel padre un po’ tiranno .

Non eri una persona che sarebbe restata fino alla fine. Non si addiceva alla tua grazia sopravvivere. Solo questa consolazione mi viene in mente: che se sei andata via troppo presto, per te sarebbe stato orrendo restare dopo la fine, quando le bollicine hanno perso il perlage e gli alcolici sono impastati nella bocca di chi ha già bevuto troppo.

Perdonami per queste parole che ho durato fatica a trovare perché tu mi leggevi e ti piaceva leggermi, sicché ti ho voluto scrivere come se tu mi potessi ancora leggere nel luogo in cui sei volata.

Chi sa scrivere vede l’immagine dei sentimenti e conosce il suo nome mentre la evoca sulla tastiera. Si sa scrivere quando i sentimenti sono immagini. Non quando sono un ricordo che piange forte dentro di noi.

Uomini o pitbull?

0 Comments/ in profstanco / by Gian Luca Conti
09/09/2020

Il dibattito pubblico sui fatti di Colleferro, un ragazzo è stato picchiato a morte da altri ragazzi che non hanno avuto nessuna pietà di lui, si disperde in mille rivoli.

I punti principali, però, sono due: è omicidio preterintenzionale l’uccisione di una persona che chiede pietà da parte di persone che sanno benissimo di praticare delle discipline che consentono loro di uccidere?

E due persone che riescono a uccidere una persona a calci per ragioni apparentemente futili sono davvero persone o assomigliano piuttosto a cani resi folli da un addestramento disumano?

Non credo che sia omicidio preterintenzionale. Non c’è niente di preterintenzionale. E’ omicidio volontario aggravato dai futili motivi e dalla particolare crudeltà.

Non credo nemmeno che chi è capace di trasformare la testa di un ragazzo in una palla da football sia una persona.

Assomiglia a un pitbull, a un pitbull senza controllo.

Ma il codice penale prevede pene per i pitbull?

Il ritorno di Casanova

0 Comments/ in profstanco / by Gian Luca Conti
04/07/2020

Quello che Schnitzler non ha scritto, prima di morire nei suoi cinquantasei anni passati a spengere la candela della propria fantasia, è che Casanova si era ferocemente innamorato di quella ragazza conosciuta in una notte palladiana e rapita all’amore di un giovane ufficiale, talmente giovane da non sapere che le lame invecchiando diventano letali perché hanno conosciuto troppe volte la morte per non sapere che è vicina, che il suo alito marcio di denti cariati soffia più forte di un pianto neonato.

Se ne era ferocemente innamorato come si può innamorare solo un vecchio che conosce i segreti della scherma, che sa duellare e ascoltare l’eleganza barocca della musica, ma che soprattutto ha passato la propria vita a indagare il significato dell’amore, scoprendo presto che non ha niente a che fare con il possesso di due gambe che si aprono e di due natiche divaricate o di una gola avida di sperma.

Ci era voluto tutto questo, tutte le colombine che Casanova aveva rapito e amato, posseduto e abbandonato, tutti i piombi che aveva indossato con pigrizia di forzato per scoprire il significato dell’amore nella penombra palladiana delle candele attorno a un gioco di carte.

L’amore è il dolore di uno che ama volendo essere il marito della donna che ama. Volendo che il suo viso sia lo sguardo dei propri figli.

Nè sesso, né conversazioni, ma desiderio di un viso che è lo sguardo dei propri figli.

Casanova lo capì in quella notte di penombra, carte e duelli e l’amò senza mestiere, con indulgenza e stanchezza, non ne cercò l’ammirazione, non ne provocò l’orgasmo che squassa i sensi e che trasforma le parole in terremoti. Le regalò la propria ingenua verginità e pensò per qualche infinito battito di ciglia che fosse abbastanza, che lei non avrebbe potuto non amare chi l’amava volendo che il suo viso fosse sguardo di figli.

Si sbagliava e lo capì Casanova nello sguardo di disgusto con cui lei lo fissò quando la luce le rivelò di avere fatto l’amore con un vecchio e non con un giovane ufficiale, non col giovane ufficiale che Casanova aveva provocato e ingannato, ucciso e disprezzato.

E fu un dolore assoluto, il dolore che trasforma l’amore in nostalgia, vigliaccheria e irrazionalità.

L’ intelligenza dell’impossibile è dolore di infarto.

Il dolore di un cuore che si spezza quando sa che è impossibile che il viso amato sia lo sguardo di un figlio voluto.

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