Influencer agli inferi
Gli influencer non sono reporter perché nessun giornale comprerebbe i loro contenuti e i reporter non sono influencer perché nessun consumatore comprerebbe mai i prodotti che promuovono nei loro articoli.
E questo è facile da osservare, più complesso indagare il rapporto fra il giornalista e il mass media per il quale presta la propria opera o al quale cede i propri servizi e quello fra l’influencer e i vari social media sui quali proietta la propria personalità.
Il giornalista ha dei committenti o dei datori di lavoro che trasformano il suo lavoro in attività d’impresa creando plusvalore attraverso la pubblicazione delle notizie, mentre l’influencer si confronta con delle piattaforme che condizionano con le proprie policies i suoi contenuti e, sostanzialmente, crea plusvalore attraverso la commercializzazione diretta del proprio pensiero.
Un tanto rende più semplice comprare gli influencer rispetto ai mess media e, piuttosto inutile, comprare i giornalisti.
Israele, in persona del Ministero della Diaspora (è terribile l’idea che la diaspora sia una questione di indirizzo politico determinata dalla fiducia parlamentare) che si è avvalso di Israel365, un’organizzazione che ha come scopo allineare l’immagine d’Israele con le politiche MAGA, almeno secondo Al Jazeera che cita Haretz, ha comprato alcuni influencer, fra i quali il signor Xavier Du Rousseau, per promuovere la propria immagine a Gaza, sostenendo che gli aiuti umanitari destinati dalla Gaza Foundation ai cittadini della striscia sarebbero bloccati o da Hamas o dall’ONU che si rifiuterebbe di distribuirli.
Negli stessi giorni, l’esercito israeliano ha colpito un ospedale che ospitava un gruppo di reporter di varie testate i quali sono stati terminati: l’operazione è stata difesa sostenendo che, in realtà, si sarebbe trattato di fiancheggiatori di Hamas.
Come spesso accade con il conflitto fra Israele ed Hamas, è molto difficile prendere posizione in maniera pacata e, anche, capirci qualcosa: la sensazione è che a Gaza, nella West Bank, in Palestina, insomma, sia molto difficile capire chi è chi e cosa è cosa, forse addirittura distinguere Hamas dal Mossad: sicuramente è sconsiderato credere che il Mossad sappia dove sono gli ostaggi ancora in vita ma è anche difficile pensare che non lo sappia e Hamas è stata la risposta israeliana alla coesione palestinese intorno all’OLP, non solo la conseguenza della sua corruzione.
La vera questione, forse, è che fra i costi della guerra di Bibi ci sono anche 150Mln$ di comunicazione, perché le guerre sono anche questo, oggi: un formidabile investimento in marketing.
E, sia detto per inciso, l’unica forma di controllo pubblico che l’art. 21, Cost. ammette per la stampa è la pubblicità dei finanziamenti che riceve, sicché si può investire nella comunicazione purché lo si renda noto, come è avvenuto in questo caso.
La seconda questione è che, sempre, la governance delle notizie è una governance che ha per oggetto la scelta di chi può percepire i fatti oggetto delle notizie e questo in una guerra è estremamente complesso, esattamente come è complesso in una operazione di finanza straordinaria.
Il modello della seconda guerra mondiale con l’ingresso degli americani a Parigi raccontato da Hemingway e fotografato da Capa è così diverso? Era diverso il modello della guerra nel Vietnam in cui effettivamente una stampa libera dell’intero occidente ha avuto accesso alle prime linee e le ha raccontate. Ma che cosa interessava in quel modello? La cruda e terribile realtà dei fatti oppure il crudo e terribile spettacolo della morte dal vivo inaugurato durante la Guerra di Spagna proprio da Capa?
Ci interessa conoscere la verità o vedere ciò che ci tiene incollati alla poltrona del telegiornale con la sensazione di benpensante sgomento che caratterizza l’occidente quando è messo di fronte a ciò che sta fuori dalle mura che ci proteggono?
La terza questione è il senso di Gaza per l’occidente scandalizzato e nello stesso tempo inerte: siamo certi che Gaza sia uno scandalo per le nostre coscienze? Siamo certi che a Gaza non si materializzino i nostri peggiori istinti? Israele sta colonizzando brutalmente i territori, un metodo di costruzione della sovranità inventato dagli antichi romani: il miles diventa colonus e, successivamente, cives, ma, in realtà, ci sta ricordando che possiamo ancora essere imperialisti, che possiamo ancora impiantare colonie.
E, forse, è proprio questo di cui abbiamo bisogno.
Non pubblicamente, per carità. Con quell’efficacia che permette di stare lontani che un mass media non consente ma che un ragazzotto in pantaloni corti con l’elmetto è perfetto a rappresentare: vi dico quello che vi vorreste sentir dire ma che non potreste ascoltare o leggere senza ammettere di essere fascisti come siete sempre stati, voi, i vostri genitori e così di generazione in generazione almeno sino a Esaù, Giacobbe, Basemath e Nebaioth.
E’ questo quello che fa davvero schifo: non tanto il comportamento di chi sta colonizzando Gaza ma la nostra apatica e ipocrita complicità.