La banalità della Shoah
Non viene troppa voglia di ricordare la Shoah in questa fine di gennaio del 2026 perché si fa strada con urgenza la domanda se abbia ancora senso farlo dopo Gaza.
In questa immagine, alcuni israeliani che osservano la distruzione di Gaza, l’olocausto di Gaza, pronti per un picnic.
Si è già osservato che questo atteggiamento ricorda le considerazioni della Arendt a margine del processo a Eichmann.
Il nodo della riflessione della Arendt riguardava il perché un popolo estremamente civile e colto come quello tedesco avesse acconsentito a uno sterminio di massa, come la cultura di Goethe e la scienza politica di Weber avessero potuto degenerare nella tecnica dell’olocausto.
Eichmann, visto dalla Arendt, non era un criminale, una bestia estranea alla cultura da cui proveniva, ma un uomo banale, intriso del sapere condiviso che Weber individua come tratto caratterizzante dell’amministrazione prussiana: l’età degli imperi che si trasforma in un potere che è fatto di uomini capaci di essere macchina perché avvinti da uno stesso spirito.
Il nodo, per la Arendt, non è la banalità del male. E’ la banalità di Weber: se lo Stato è un apparato di uomini uniti come ingranaggi di una macchina, lo Stato può perseguire qualsiasi fine: gli ingranaggi non smetteranno di girare e ciascuno resterà esattamente al suo posto. Non c’è differenza fra i registri di una anagrafe e quelli di un campo di sterminio.
Fin qui, è tutto scontato per una cultura media, ragionevolmente intrisa di buone letture e la Arendt è sicuramente fra queste.
Ma è anche inadeguato per chi guarda Gaza mangiando costine arrosto e alimentando un barbecue.
Il nodo è completamente diverso: l’età dell’amministrazione in senso weberiano non rappresenta la società di oggi, neppure la (non così) complessa società israeliana. Lo sterminio di Gaza, la sua metodica distruzione non è il punto di arrivo di uno Stato apparato i cui componenti sono capaci di sterminio come di gestire l’organizzazione postale o l’amministrazione ferroviaria, è qualcosa di terribilmente diverso.
Quei soldati sono i giovani che giocano ai videogiochi, gli eroi di guerra più spietati sono hikikomori, il popolo che li ha allevati osserva lo sterminio come se fosse una serie televisiva, le èlites che siedono nelle stanze dei bottoni, negli attici in cui si riuniscono i consigli di amministrazione di questa guerra, sono finanzieri, gestori di fondi pensionistici, banchieri.
Gaza insegna che il male è sempre banale, anche se cambia forma, si sa adattare alle mutazioni della umanità, e nessuno impara niente dalla storia: la shoah non ha insegnato niente neppure agli ashkenaziti che furono sterminati nell’est di Treblinka, Malyi Trostenec o Mogilev.
La verità è che il compito di uno Stato non è organizzare il potere, ma consentire a ogni individuo di divenire la persona che intende essere, senza condizionamenti, di scegliere la maschera con cui vuole camminare sul palcoscenico della sua vita.
Questo è il compito che ha fallito la cultura tedesca quando i suoi allievi hanno organizzato lo sterminio che oggi viene chiamato shoah, ma questo è anche il compito che ha fallito la cultura ebraica, la bibbia, le splendide riflessioni rabbiniche intorno alla Torah che chiamiamo midrash, quando i suoi figli osservano Gaza mangiando costine arrosto e cuocendo qualcosa sul barbecue della loro storia.

